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martedì 15 giugno 2010

Inti illimani: Intervista a Jorge Coulon

da " Il quotidiano della Basilicata"























Coulon racconta l'esilio e 40 anni di musica aspettando il live di Brienza a luglio

Gli Inti illimani dentro la rivoluzione
di Francesco Altavista


Brienza – “El pueblo unido jamàs serà vencido”; solo leggendo questa frase si sente il sentimento di rivoluzione e di libertà tipico del sud America.Ai nostalgici ricorderà le rivoluzioni “mancate” della penisola italiana , dove tutto si cambia affinché tutto rimanga uguale ; ai romantici arriverà come la visita di un fratello che non si vede da anni, con la testimonianza di una terra oltre oceano ma vicina con i sogni e le speranze. La canzone da cui ha origine la frase è stata composta nel 1970 da Sergio Ortega membro dei Quilapayun ma arrivata a diffusione mondiale grazie all’interpretazione degli Inti Illimani . Questi ultimi nascono dalla ricerca delle canzoni popolari cilene con un matrimonio artistico e spirituale con la mai dimenticata poetessa cilena Violetta Parra. Gli Inti Illimani sono considerati anche grandi musicisti , capaci di miscelare diverse sonorità usando una pluralità di tecniche imparate sul campo, talmente particolari da ricevere l’attenzione di austeri maestri di musica classica. Il gruppo sarà in tournée in Italia e la sera del 31 luglio ,aprirà la manifestazione di Brienza “ Notti al castello- Anni Ribelli”. Grazie all’interessamento di Manuela Da ponte (PINDARO" AGENZIA DI ORGNIZZAZIONE EVENTI”), l’unico fondatore presente nella formazione attuale del gruppo, Jorge Coulon si presta ad un’intervista esclusiva con Il Quotidiano.
Maestro, nel 2006 avete inciso il disco di inediti, “Pequeño mundo”,l’ultimo dopo 39 anni di storia di intensa attività discografica . Cosa hanno da dire dopo tanti anni gli Inti-Illimani?
E’ una domanda a cui è difficile rispondere, perchè gli Inti Illimani sono un gruppo che da sempre suona e canta per motivazione profonde che hanno a che fare con la musica. In modo particolare con il canto popolare. Questo nasce dalla vita di tutti i giorni. Siamo essere umani, abbiamo molto da dire ma in verità cantiamo perchè ci piace farlo, perchè c’è ancora tanto da conoscere, da mescolare, da tirar fuori dalla musica. Per cantare non si deve avere una ragione, ma essere vivi tra i vivi.
Diversi artisti tra cui cantautori e gruppi italiani si sono ispirati e si ispirano agli Inti-Illimani. Nell’ultimo disco c’è anche una cover di De Gregori. Cosa secondo lei gli Inti-illimani hanno portato in Italia e cosa il mondo italiano ha dato artisticamente al gruppo?
L’Italia ha dato moltissimo al gruppo, prima di tutto ci ha accolto in un momento in cui eravamo stati banditi dalla nostra terra. Questo è per noi motivo di eterna gratitudine.
Musicalmente l’Italia ci ha messo in contatto diretto con una tradizione di musica popolare tra le più ricche ed illustri al mondo, con un mondo artistico e intellettuale serio, profondo ed interessantissimo. L’Italia ha accolto e capito cose essenziali del nostro fare musica ed il fatto di sentirlo ci ha sostenuto in momenti complicati. Speriamo e crediamo di aver apportato freschezza, un avvicinamento ad una tradizione popolare priva di pregiudizi. una certa innocenza o mancanza di freni intellettuali o accademici nel appropriarsi di questi materiali per fare musica. Abbiamo dimostrato che si poteva tirar fuori dal museo e dai suoi guardiani tutta quella ricchezza per farla vivere per le strade. Come ha detto qualcuno: dare un futuro al nostro passato.
Come si spiega il successo di tutti questi anni del gruppo, successo evidente nei live ma non dal punto di vista delle grandi case discografiche? Il progetto Inti-Illimani quanto è legato al mercato discografico ?
Il successo ha molte spiegazioni, ma ha sempre una dose di mistero. Io spero che il nostro sia prodotto della nostra onestà. Credo che la gente senta , quando assiste ad un nostro concerto che quello che vede e sente è genuino, fatto con passione e con verità oltre che con qualità e serietà professionale.Niente di più lontano al mercato discografico ed in generale al mercato. In materia di “marketing” siamo un disastro. D’altra parte le case discografiche come le abbiamo conosciute sono completamente in crisi e ancora non appare chiara la forma che prenderà il mercato della musica nel futuro. Comunque sono sicuro che i mercanti torneranno ad avere la padella per il manico,trovano sempre il modo.
Il gruppo nasce da un grande movimento culturale che è quello della “Nueva Canción Chilena”. Lotta e musica popolare che si univano.
Credo che questa sia stata una felice intuizione del nostro movimento. Abbiamo cominciato a difenderci della globalizzazione ancora prima che questa fosse proclamata.Da noi questo sodalizio tra lotta sociale e cultura popolare si è mostrato perchè il dominio e la sottomissione dei più deboli è passata anche dal annientamento culturale, dallo spogliare le popolazioni della propria identità culturale che comportava forti legami di solidarietà. Prima è successo con i conquistadores spagnoli nel confronto delle popolazioni native, dopo con gli schiavi portati dall’Africa e in tempi più recenti con le popolazioni fatte emigrare dalle campagne nei centri industriali, nelle miniere.
Dopo il 1973 , lei è stato in esilio. Come ha vissuto artisticamente e moralmente questa situazione ?
Questa è una domanda a cui difficilmente si può rispondere brevemente. Tocca anche la contraddizione principale che ha il vivere in esilio in Italia. Se dico che ho avuto la fortuna di vivere il mio esilio in Italia si può pensare all’esilio come una cosa positiva e non lo è. Ma d’altra parte è vero che vivere parte della propria vita in Italia è una esperienza straordinaria per qualsiasi artista, intellettuale o persona sensibile al mondo. Ho cercato di vivere in Italia con le finestre aperte, ho cercato di capire, ho cercato di avvicinarmi all’Italia ed agli italiani, di essere uno di loro, non uno straniero, uno che guarda da fuori.. Non sempre è stato possibile e sicuramente non sempre sono stato all’altezza, ma il fatto è che oggi in Cile mi sento un po’ in esilio dall’Italia, ma questa è una condizione del esilio, chi ha vissuto l’esilio non cessa più di essere un alieno, anche se ritorna in patria, uno che si muove in modo asincrono rispetto alla realtà. Moralmente l’esilio si vive a denti stretti, con rabbia, con impotenza. L’esilio è un sopruso, un’imposizione, una violenza morale inaccettabile.
Concludiamo . Il Cile è terra di poeti e di poetesse e le chiedo per lei cosa è la Bellezza?

Che domanda! Forse è armonia dei rapporti.. Definizione che lascia aperte tutte le strade perchè sia l’armonia che i rapporti sono immagini che dipendono dai soggetti e legati alla cultura che è in permanente movimento

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