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mercoledì 1 febbraio 2012

Giovanna Marini: La memoria popolare fissata nelle canzoni

da " Il quotidiano della Basilicata"

La memoria e l'immaginario popolare sono fissati nelle canzoni 

di Francesco Altavista 




Matera –Nell’ambito della sezione teatro e musica della rassegna teatrale materana 2011-2012  ci sarà questa sera al Teatro “ Duni” di Matera,lo spettacolo “ Cantata di ogni giorno” con Giovanna Marini, Xavier Rebut e Germana Mastropasqua. Un evento davvero imperdibile  con una leggenda della musica e non solo come Giovanna Marini. Quest’ultima si concede per un’intervista in anteprima per “ Il quotidiano della Basilciata”
“ Cantata di ogni giorno “ , è musica popolare pura che lei esibirà insieme a due suoi ex allievi. Come uno spettacolo di questo tipo  recupera la memoria?
Lo spettacolo recupera la memoria perché la memoria popolare e l’immaginario popolare sono fissati nelle canzoni. Il discorso procede su due binari, uno la memoria popolare e uno le mie reazioni e mie racconti di vita immersa  nella quotidianità e questo viene raccontato nelle canzoni.  Io canto con i miei amici e racconto e ne viene fuori uno spettacolo che è un po’ come un canto di cantastorie con i riguardi, dove si  indicano i fatti che accadono.
Che pubblico si aspetta a Matera? Come si immagina il pubblico  quando esce dal teatro dopo il suo spettacolo?
Di solito esce cantando, spero che esca così anche questa volta. Diciamo che Matera l’ho frequentata un po’ ma tanto tempo fa, negli anni 60 insieme  ad uno dei nostri raccoglitori che era Michele Straniero che è scomparso qualche anno fa. Abbiamo fatto questa ricerca insieme ed abbiamo raccolto dei canti proprio materani, ed uno lo canterò a Matera, una passione religiosa. Mi aspetto un pubblico di “anzianotti” ma anche di giovani. Tutta la melassa che viene distribuita nei grandi festival interessa davvero poco ai ragazzi. Per questo poi preferiscono i canti stranieri, inglesi perché sono più legati alla realtà.
Pasolini e Italo Calvino, sono solo due, dei  grandi intellettuali che lei ha frequentato e conosciuto in modo profondo. Cosa ci manca di quel mondo ? Che momento stiamo vivendo ?
 La mia generazione è stata aiutata, abbiamo avuto delle cose magnifiche. Gente straordinaria. Adesso gente così completa, intellettuali che usano il loro sapere per dedicarsi  a problemi reali della collettività  non ci sono. Non ci sono intellettuali completi. Anche perché gli anni 80 sono stati massacranti non hanno partorito delle cose, solo  grandi frustrazioni. Adesso però  si può cominciare di nuovo a partorire idee. Questa grande  guerra che stiamo vivendo, perché non è una crisi ma una guerra finanziaria di proporzioni catastrofiche,  genera anche cose buone. Nascono i cervelli perché vengono spinti dal bisogno di ingegno, necessario  dopo una decadenza vertiginosa dove il governo Berlusconi è stato un esempio lampante.
Si dice che il mondo della musica popolare sia maschilista, nella sua carriera ha incontrato opposizioni maschiliste?
Nel campo della musica popolare non l’ho notato. L’ho notato invece  nel campo della musica classica. Sono anni che scrivo musica di tipo classico perché io nasco da una formazione classica. Dicono  sempre : la grande cultrice della musica popolare, no io sono un compositore. Vengo negata continuamente in quello che è il mio mestiere. Mi mettono in un cassetto e io lì devo stare, io non ci sto perché sono una persona che usa la musica in tanti campi  e questa è la cosa che mi piace e che rivendico.
Cosa è la Bellezza? 
 La Bellezza è l’armonia assoluta dell’assoluto, nasce da un fattor ineffabile,l’ equilibrio fra gli elementi.     

martedì 24 gennaio 2012

La questione meridionale secondo Eugenio Bennato

da " Il quotidiano della Basilicata"

 La questione meridionale secondo Bennato











Napoli – “Ho scelto di fare questo tipo di musica, perché ho creduto nella superiorità dei cantori del sud rispetto ai divi della musica leggera”. A parlare è Eugenio Bennato cantautore e musicista straordinario che a differenza del fratello Eduardo, con il quale lo scorso 31 dicembre in piazza plebiscito a Napoli per la prima volta ha diviso il palcoscenico in uno spettacolo storico,    ha scelto una via difficile nell’ombra di un sud dimenticato. Il 13 dicembre scorso è uscito l’ultimo lavoro discografico, “ Questione Meridionale”, un album che parla anche della Basilicata, come ha sempre fatto il cantautore napoletano innamorato del sud con le sue storie e suggestioni sui briganti.  Per “ Il quotidiano della Basilicata”, Eugenio Bennato si intrattiene per un’intervista sul suo nuovo lavoro e sul sud.   
Maestro, hai dovuto scrivere un libro per dire una volta per tutte che “ Brigate se more” non è un antico canto ma una sua composizione scritta insieme  a D’Angiò del 1979. Quanto “ Questione meridionale “ si lega al libro e a questo pezzo diventato un inno?
Io composi insieme a Carlo D’angiò  questo pezzo insieme ad altri sul brigantaggio e poi l’argomento lo lasciai un po’ andare. “ Brigante se more” poi si è mossa da sola, è diventa un inno di milioni di ragazzi del sud . Due anni fa ho deciso di ritornare, mentre scrivevo il libro, sull’argomento. Per parlare   di un sud che si sta muovendo e si scrolla di dosso i suo complessi di inferiorità generati da una storia raccontata in maniera incompleta.

“Brigante se more”lo hai detto tu, è un inno ed è l’unico pezzo vecchio del tuo nuovo album. Con che spirito questo pezzo è stato inserito in “ Questione meridionale” cantato tra l’altro da Pietra Montecorvino?
E’ l’unico flash back a me stesso che ho voluto fare in questo disco per ricordare  che quando ho scritto “ Brigante se more” cominciò una stagione di grande attenzione per questi temi prima  sconosciuti. Tutti i pezzi di questo album si inseriscono a quella scintilla primitiva che è “ Brigante se more”. Poi è legata alla straordinaria interpretazione di Pietra che in questo periodo sta facendo e uno spettacolo sulla musica napoletana con Raiz ,” Passione” nel quale , e ne sono molto fiero,  hanno inserito “ Brigate se more” .
Dopo il tuo libro ma specie dopo questo album, in molti affiancano i tuoi pezzi e la sua figura a movimenti filo- borbonici ed autonomisti.   Quale è il suo parere?
Per quanto riguarda il “Partito del sud “, devo dire che mi hanno chiamato per chiedermi di utilizzare uno dei  mie titoli per il nome di un partito. Io ho risposto che potevano tranquillamente farlo perché è un diritto di tutti, non ritengo che un autore nel momento in cui dice una frase ne diventa anche proprietario. E’ la stessa storia di “ Brigante se more” una canzone che ho scritto io ma appartiene a tutti. Per il resto, è un tipico esempio della superficialità con cui si scatenano alcune voci, dobbiamo rassegnarci tutti alla stupidità  che naviga via internet. Se  avessero letto il mio libro si renderebbe conto che ho scritto un opera intera per difendermi dalla smanie neo-borboniche che hanno tentato di cambiare le mie canzoni. Io rivendico di essere libero nelle mie scelte , di non essere legato a nessuna ideologia tanto meno quella neo-borbonica.
Perché hai detto che i festeggiamenti dell’unità d’Italia sono ridicoli?
Sono festeggiamenti che non hanno portato nessuna novità. Soprattutto non si è colta l’occasione per fare una cosa importante cioè quella di prendere atto che ci fu una guerra spietata, raccontata  a suo tempo da Nitti e Gramsci. Si continua a spiegarla secondo dei canoni sicuramente superati dalla storiografia seria. Un esempio per tutti, Pontelandolfo distrutta dall’esercito piemontese per rappresaglia attende ancora le scuse. Scuse che invece sono state fatte dal governo americano agli indiani di Sand Creek. Sarebbe stato necessario almeno il rispetto per la verità.
Quale è la tua versione della  “ questione meridionale”?    
Per me lascia il suo significato politico e prende quello poetico. Nel senso che tutta la musica che ho sempre amato è un fatto di sud, è una questione meridionale. Rivolto in positivo questa definizione che ha sempre avuto un connotato negativo e dico che i grandi movimenti musicali ma oserei dire anche umani, vengono dal sud.
Questo è un album davvero importante che ha un valore musicale molto forte. “Questione meridionale”forse è il tuo album più pesante musicalmente  più del disco  “ Che il mediterraneo sia”del 2001 . Secondo te è così?
  “ Questione meridionale” è un album sicuramente più completo. Ci sono dieci canzoni nuove che si ricollegano l’una all’altra. E soprattutto viene in un momento in cui io sto vivendo un rapporto con il pubblico molto intenso. Ai miei concerti ci sono migliaia di affezionati, direi che è un dialogo con il pubblico, anche internazionale. Ci sono dei momenti, gli ultimi che ho scritto in cui mostro cosa succede quando  “ Taranta Power” arriva in Marocco, in Turchia o Tunisia. Una risposta di pubblico molto intensa che manifesta anche quanto questa sponda sud del mediterraneo si stia muovendo, riprendendosi la democrazia.
In “Mille” uno dei pezzi nuovi ad un certo punto lei fa riferimento ai “ garofani strappati”. Può essere un riferimento al tuo primo album con i Musicanova, “ Garofano d’ammore” del  1977?
Probabilmente sì. Ma è un’espressione che si rifà molto alla cultura popolare. I mille garofani potevano essere mille rose, ma i garofani ci appartengono di più. Devi pensare che molte delle cose che scrivo , oltre che a raccontare è importante che suonino bene musicalmente, spero di esserci riuscito in questo album.

Hai dedicato un pezzo a Ninco Nanco che è diventato addirittura più leggendario  dello stesso Generale Crocco. Come mai ? In molti accostano Ninco Nanco, per somiglianza a Che Guevara.
 Ninco Nanco ha avuto il privilegio di essere ammazzato, Crocco ha finito i suoi giorni in galera. Il personaggio è molto più romantico. Ninco Nanco ha due fatti importanti, uno il suo volto di straordinaria potenza e poi il nome molto musicale che sembra un fumetto e invece e un brigante. Io quando faccio un disco scrivo una storia, sicuramente Ninco Nanco come volto somiglia a Che Guevara ma io non ne parlo nel pezzo. Ninco Nanco è il simbolo di una repressione indiscriminata: ammazziamo i briganti  per spostare l’attenzione dai fatti veri. I fatti veri sono  lo spostamento dell’economia dal sud al nord.
Nel pezzo “Balla la  nuova Italia” tu fai un esplicito riferimento ad un brigante moderno  del nord, Fabrizio De Andrè. Si riconcilia con questo pezzo il sud al nord?
Io non sono un antinord. Tra l’altro devo dire che Fabrizio De Andrè è un idolo del popolo della taranta e questo è un fatto incredibilmente significativo, aldilà del dialetto. I ragazzi che vanno ai grandi festival della musica della taranta hanno un  amore sconfinato per De Andrè.
Due le eroine nel tuo disco. Michelina De cesare la brigantessa e Neda uccisa nelle proteste  dopo le elezioni iraniane. Quanto sono simili queste due donne vissute in epoche diverse, in luoghi distanti?
Innanzi tutto la bellezza del volto. Entrambe uccise a ventisette anni. Michelina de Cesare diventa un’icona del sud che ha combattuto, morta combattendo ed è incredibile che la storia non l’abbia mai raccontato. Neda è morta ammazzata da lontano ma rappresenta la miccia che ha innescato la primavera araba: il sovvertimento dei tiranni.
 Sei direttore artistico del “ Lucania Etno-folk “ di Satriano di Lucania. In questo modo il sud e la Basilicata si dimostrano sconfitti ma non vinti?
Il sud non è stato vinto perché i briganti siamo noi. Oggi c’è un grande orgoglio del sud, quindi in un certo senso qualcosa non ha funzionato nel tentativo di cancellare. La Basilicata da sempre trascurata è in grande fermento. È  la regione più misteriosa e lo è stato anche per me all’inizio quando ho iniziato,quando scrissi “ Brigante se more. Vedevo la grande dignità di questo popolo così ignorato. Spero che il festival di Satriano si innalzi dal punto di vista degli investimenti perché i festival si fanno con le istituzioni che lo appoggiano. Esistono gli elementi in Basilicata capaci  di farsi parte del  grande movimento di una musica che viene dal sud.
Cosa è la Bellezza?
La Bellezza è il punto di equilibrio tra tradizione e attualità.


mercoledì 28 dicembre 2011

Dente un "concentrato di emozioni"

da " Il quotidiano della Basilicata"


Un " concentrato" di emozioni



di Francesco Altavista



Tito – “La lingua batte dove dente duole” e Dente duole molto. Giuseppe Preveri  in arte Dente  in un auditorium “Cecilia” di Tito che fa registrare il tutto esaurito è un groviglio di sensazioni che vanno dalla repulsione allo spasmo corporeo,interrotti da un  solo sollievo :la durata dello spettacolo poco più di un’ora, per venti pezzi in scaletta . La grandezza di questo artista probabilmente sta proprio nella brevità. E’ l’eroe dell’involgarimento dell’ascolto, sembra essere uscito dalla matita di Matt Groening e non perché i quattro membri della band sul palcoscenico sembrano la copia scaduta di una boy band anni 60, ma perché la misura illimitata di questo concerto sta nelle dimensioni e nel senso di una risata di Krusty il clown. Dente sembra essersi svegliato dal sonno, poco prima di arrivare al “Cecilia” di  Tito, alle undici meno un quarto circa: le parole, quelle che si distinguono dai mugugni, arrivano quasi stroncate: parte con “Piccolo destino ridicolo”, “ Saldati” e “ La settimana enigmatica” tutti eseguiti in circa dieci minuti con pressoché gli stessi accordi, costruiti con violenza dallo stesso Dente su una chitarra che si duole vivamente. Un’aureola di sconforto circonda l’aria intorno alla band formata da : Andrea Cipelli alle tastiere, Nicola Faimali al basso e Gianluca Gambini alla batteria  che sembrano tutti insofferenti, angosciati, pirandelliani nella loro incomunicabilità. Le poche parole dette da Dente al pubblico sono perfino più banali delle metafore che usa nei pezzi, non fa niente per fare spettacolo, è disimpegnato, capriccioso, scontroso anche se cerca di risultare simpatico. Eppure Dente riesce a far cantare le sue canzoni, specie alle ragazzine davanti al palcoscenico che intonano con lui quasi tutti i pezzi in scaletta. Gli occhi di quelle ragazze  si fanno trasportare dal cantante , quei sorrisi  fanno in ogni caso fiorire la carne, trasformando la platea in un qualcosa di sempre più bello e luminoso, qualcuno  si diverte in quella “spoetica” brevità. Dente è come il bambino che alla cena  di Natale sale sulla sedia e mastica parole in rima per guadagnarsi l’apprezzamento di parenti e genitori. Ma c’è anche chi , nella cena natalizia viene disturbato dalla poesia, perché gli spaghetti alle vongole si freddano.” A me piace lei”, “ Casa Tua”, “ Da Varese a quel paese”, “Giudizio uni versatile”  è la scialba filastrocca che gela animo e fa pensare agli spaghetti lasciati a casa. Solo nel finale la scaletta diventa più dinamica con “Buon Appetito”, “ L’amore non è un’opinione”  e le ultime del bis “Beato me ” ( inserita tra l’altro nell’album -raccolta indie “ Il paese e reale “)  e “Vieni a vivere”.Si può apprezzare una angustia inflessibile e una complessità mediocre, il resto da dimenticare in fretta prima che quei maledetti ritornelli bisillabi o in  rima  entrino in testa per  ritrovarsi poi a casa a canticchiare :“cadi giù dal letto badabum , mi tieni forte e poi non ti muovi, chiudi gli occhi e non ti vedo più “  . Ma forse è già  troppo tardi , non è servita la buona birra venduta dagli organizzatori all’ingresso dell’auditorium.

Dente tra di noi :Intervista esclusiva

da " Il quotidiano della Basilicata"

  
Dente "tra di noi" con il nuovo tour 






di Francesco Altavista


Tito –La musica indipendente è arrivata all’auditorium “ Cecilia- centro della creatività “ di Tito, con il concerto di Santo Stefano per opera di Giuseppe Peveri, in arte Dente con il tour “ Io tra di noi” succeduto  all’omonimo lavoro discografico .  Ad organizzate il concerto l’associazione “ Generazione zero” con “Amnesiac Art “, Multietnica”  e con il patrocinio della “Città di Tito “. Dente è considerato  dai più generosi il nuovo Lucio Battisti ma è comunque anche ad essere cattivi una delle realtà cantautorati nuove più importanti in termini di pubblico. Prima del concerto l’artista di Fidenza nato nel 1976  si concede per una breve intervista per “ Il quotidiano della Basilicata”. 
Giuseppe, “Io tra noi” arriva ad appena due anni dal successo di “ L’amore non è bello”. Come è cresciuto il tuo modo di fare musica?
 Nella scrittura credo di aver aggiunto poco o niente, nel senso che la trovo sempre abbastanza mia, in conseguenza a quello che ho fatto. Ho aggiunto tecnicamente alcune cose, strumenti che non ho mai usato, tipo degli archi e anche una produzione artistica che non ho mai avuto. Il disco è nato quando avuto abbastanza tempo per farlo. Ho scelto alcune canzoni che avevo scritto, perché mi sembravano che stessero bene insieme, tutto abbastanza naturale.
In questo disco hai collaborato con due membri dei “Calibro 35”, due polistrumentisti importanti nell’ambiente . Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza e come hai mantenuto la tua essenzialità?
Abbiamo scelto insieme al produttore chi doveva arrangiare alcuni pezzi e la novità degli archi è stata accompagnata dalla novità di Massimo Martellotta ad arrangiare questa sezione, ha fatto davvero un ottimo lavoro. Gabrielli invece aveva già lavorato con me anche altre volte e sono andato sul sicuro. L’essenzialità  è stato l’obiettivo che ci eravamo dati. L’abbiamo preso in pieno secondo me, quello di mantenere la personalità, lo stile pur aggiungendo novità.
Sei un cultore della parola nei tuoi pezzi. Cosa è per te la parola e cosa significa scrivere in rima, rischiando la banalità?
Sono stato sempre affascinato dal buon uso della parola e anche dalla sua attrazione, è una delle particolarità che mi colpisce della lingua italiana, cioè quello di esprimere concetti magari ampi con pochissime parole. Una sorta di sfida a togliere sempre di più e di dare una forma gradevole. L’unica cosa a cui penso è quella di scrivere cose che mi piacciono di non inserire parole che non gradisco.
La figura della donna compare in tutti i tuoi pezzi. Come parli della figura femminile ?Parli spessi di Irene, è la tua Beatrice, la tua Silvia, la tua Laura?
Questa è dura. Non so in realtà. Quando scrivo penso ad una persona specifica, nella mia testa c’è quello, poi gli altri ci vedono quello che vogliono. Non amo neanche troppo raccontare se non nelle canzoni appunto. Mi piace che siano mie senza bisogno di altre parole. Diciamo che Irene è la persona in assoluto su cui ho scritto di più.
Molto spesso sei accostato a Lucio Battisti ma non troppo tempo fa hai risposto a Mogol, dicendo che la canzone non è poesia, allora cos’è?
La canzone è una canzone e la poesia è una poesia. Mi fa un po’ sorridere quando chiamano uno che scrive canzoni,  poeta. Poeta è un’altra cosa, sono cose semplicemente diverse. Non c’è ne una più altra dell’altra, ti può emozionare una canzone di più di una poesia e viceversa.
 Ami fare spesso anche il dj con musiche degli anni 60. Cosa apprezzi così tanto di quella musica?
Di quella musica sono affascinato dal suo gusto eterno, sono musiche senza tempo. Si può fare un dj set nel 2011 con canzoni degli anni 60, è una grande forza di questi pezzi. In realtà oggi la sfida veramente grande e fare canzoni senza tempo.
Sei considerato uno dei massimi esponenti della musica indipendente. Oggi, con al crisi del mercato discografico, ha ancora senso parlare di musica indipendente e di major?
E’ senza senso effettivamente. Ha senso solo nella forma, ma in effetti siamo praticamente nelle classifiche insieme a quelli che sono con le major. Facciamo pressappoco gli stessi numeri e quindi ha davvero poco senso questa divisione. Io sto anche un po’ cercando di lottare, di toglierla definitivamente questa divisione, cosa che in altri paesi è successa ormai da tempo.
Sei all’inizio della tua carriera e sei molto apprezzato. Esiste secondo te un punto di arrivo?
Non punto a niente. Io vado avanti. Vorrei avere solo la possibilità di scrivere delle canzoni non ho obiettivi né di vendite né di pubblico. A me basta andare avanti come sto facendo, pian pianino, se la cosa riesce , va bene se no, va bene comunque.
Stai facendo un tour importante, c’è il tempo per fare progetti sul prossimo futuro?
 Adesso ho in mente il tour perché è abbastanza sfiancante quindi ho poco tempo per fare altro. L’unico progetto a cui stiamo lavorando è riuscire a fare concerti all’estero. Per adesso solo live.
Cosa è la Bellezza?
Per me la Bellezza è una cosa a cui personalmente non riesco a rinunciare, ed è una delle cose più piacevoli della vita.





mercoledì 21 dicembre 2011

Emozionanti storie di donne in gabbia

da " Il quotidiano della Basilicata"

Emozionanti storie di donne in gabbia 

di Francesco Altavista


Potenza – “Interno, esterno di un giorno blindato;di vivo  qui dentro neppure il tempo, un grumo di giorni scontati”. Uno spettacolo violento, triste, drammatico che prende a pugni fin dal primo minuto di due ore circa, compresa la pausa tra primo e secondo atto, di spettacolo. Il primo appuntamento della sezione “ Ripensamenti” della rassegna teatrale “ Voglia di teatro – teatri in rete” di martedì sera con la piecè “ Giorni Scontati” ,  è stato un rinchiudersi in gabbia, un mostrarsi di paure, un continuo riflettere sulla valenza di una forma detentiva e sulla  colpa, perché nel mondo che accettiamo ci sono i  colpevoli e gli  innocenti, ma nella realtà che più si avvicina alla relatività della vita, la colpa diventata di tutti mentre il concetto  di innocenza, quella delle persone fuori, diventa sempre più  struttura pericolante. L’ambiente forse intimo e raccolto del favoloso teatro Stabile di Potenza aiuta le straordinarie attrici in scena a dare vita alle incredibili emozioni che trasudano da un testo scritto davvero bene.  Il carcere potrebbe essere quello che l’antropologo francese Marc Augé  definiva un “ Non luogo”, ma sarebbe ancora troppo sintetico.  Certo è un luogo senza storia ma pieno di storie, dove le persone sono in transito ma in questa permanenza precaria si ha un mutamento quasi kafkiano dell’io che si unisce all’altro.  Un “ Non luogo” dove le bellissime Antonella Fattori, Daniela Scarlatti, Giusi Frallonardo e Lia Zinno con il loro personaggi, prende una forma viva sulle tavole che spiega, entusiasma, fa ridere , fa immedesimare e capire  molto di più del breve convegno che ha anticipato lo spettacolo alle 18:00. Il carcere è figlio del potere e delle regole, ma tra vita e regole per ogni anima c’è un incendio. Un fuoco freddo che comunque brucia come le parole di un   testo spettacolare: perché le donne hanno tante anime, ogni cellula femminile ha una visione unica  ed indecifrabile se non con la metafora artistica. Quattro le donne in scena, ma migliaia le emozioni , le visioni, le anime che si intersecano in un mondo quello della detenzione femminile di cui si parla  poco.  Rosa è il personaggio di Lia Zinno che con accento partenopeo  fa scattare la risata nel pubblico  che fa un po’ da carezza mentre la pièce continua violentemente a cercare sangue.  Ma come gli altri è un personaggio in evoluzione, è la donna madre in cinta che nel finale diventa rabbiosa, il suo grido di dolore per un figlio precedentemente perso scava negli occhi alla ricerca disperata di lacrime. Il “ non luogo” si impregna  di sentimento, con il personaggio di Lucia interpretato da Giusi Frallonardo. Lei accusata di omicidio è forse l’unica maschera di speranza , è lei che alla fine chiede la grazia, perché davvero provata dalla brutalità che attacca un cuore dolce. Fantastico il simbolo costruito con la carta da Lucia, gli “Inseparabili”  di cartone, una drammatica esplosione di sentimento, di due animali che vivono sempre insieme anche loro in gabbia, impossibilitati a vivere divisi. Grandissime Antonella Fattori nei panni di Maria Pia la  più comune tra le maschere e dell’austera Viviana che in una prima parte da carnefice diventa vittima, per poi abbandonare vita e carcere su una citazione  artistica di incredibile valore, sulle voce trasmessa alla radio di Dalidà. Uno spettacolo che ti fa entrare in carcere con le protagoniste, asciuga le lacrime e solca lo spirito lasciando un seme di riflessione sullo straordinario essere che è la  donna e sul carcere.  

La pescespada e il clandestino, intervista a Laura Masielli

da " Il quotidiano della Basilicata"

La Pescespada, il clandestino e Laura 

di Francesco Altavista



Roma – Una storia che diventa il non luogo di uno scontro tra fantasia e realtà, è l’ultimo lavoro della scrittrice Laura Masielli dal titolo :Il Pescespada, il clandestino”. L’opera nata come racconto sarà messa in scena, dall’associazione “ I 7 Raccogli Fiabe” questa sera, al “Cinema Palazzo” nel quartiere San Lorenzo a Roma. In anteprima l’autrice  di origini pugliesi Laura Masielli  si intrattiene con “ Il quotidiano della Basilicata” per un’
intervista.
Prima di cominciare l’intervista le chiedo una battuta sul suo amore per la 

Basilicata…
 
Io ho scoperto la Basilicata da non molto tempo, sono venuta una prima volta l’
anno scorso. Non immaginavo che mi piacesse così tanto, che mi piacesse San  Fele così tanto. Io abito in campagna sono appassionata, mi piace isolarmi.   Avevo sentito parlare delle dolomiti lucane e della Basilicata ma non ci avevo  mai messo piede pur avendo origini pugliesi. Quando sono giunta per la prima 
volta in Basilicata sono rimasta senza parole, l’ho trovata spettacolare. 
Questo paese in cima al picco della montagna dal quale si domina la vallate che  sembra un mare, è qualcosa di unico.  Ho pensato di prendere casa, un rudere a 
San Fele  che costa anche pochissimo. 

Questa sera il debutto del suo spettacolo: “ La pescespada, il clandestino”.
  Tutto nasce come al solito da un suo racconto. A quali emozioni si è ispirata  per realizzare quest’opera?
Io sono abbastanza emotiva di mio e questo un po’ mi fa gioco nel momento in 
cui scrivo, io non ho fatto altro che raccontare quello che percepisco.  Muoiono  ragazzi, donne bambini nel attraversare questo maledetto mar di  Sicilia, cercando una libertà; una possibilità di ricostruire un destino, di  riscattare una vita che certamente non è facile. Cambiare il proprio destino è 
la lotta vera che ha l’uomo durante il percorso della sua vita, non se ne rende 
conto ma la grande sfida che ha l’essere umano è il cambiamento. Noi italiani  sapendo che questo è il nostro mare, sapendo che la popolazione di Lampedusa è  anche accogliente non lì abbiamo mai ricordati, mai commemorati, mai l’onore 
della morte. Ho avuto la necessità di comunicarlo, è nato  per dare una 
giornata, un nome , a questi giovani e donne che sono senza patria, in fondo al  mare, in un non luogo. E’ una storia fiabesca ma molto reale.
Cosa può anticipare  della messa in scena di questo racconto?

C’è la sagoma di un barcone che sa di lercio, di muffa che si avventura in 
mare; c’è questo ragazzo che sta con le braccia attaccato al bordo della nave e  cerca di intravedere l’orizzonte, la terra. C’è il coro, formato dai  benpensanti, dai comuni mortali che, ad un certo punto, mostrano la loro  disapprovazione verso i migranti.  Il fatto che questi benpensanti sperano che 
questa gente non arrivi a riva, che sperano in un brutto sogno, non è un’offesa 
ai lampedusani che sono accoglienti ma la storia è contraddizione, io con  coraggio ho dato parola a questi borghesi che stano sulla roccaforte della loro  sola e dicono queste cose perché non sanno come aiutare.  C’è  poi la figura 
di una donna,  colei che tiene i fili della storia dell’incontro tra questa 
Pescespada che sta per morire, perché vittima delle spadare e questo  clandestino che si è gettato in mare per raccogliere le monetine scintillanti   che poi alla fine erano illusioni, non erano altro che il suo popolo che lo  richiamava a sé, nel fondo del mare. Di fatti il palcoscenico si divide in due  piani: sopra  gli uomini con la pesca illegale e il barcone, sotto i pesci, il 
non luogo. 

Nella prefazione c’è una poesia molto bella che poi è anche nel racconto del
  ragazzo che si abbandona al mare. Quale è il rapporto del suo racconto con la  poesia?
La poesia per me è l’elemento trainante delle mie storie. Dalla poesia non si 
può prescindere, è il ritmo della nostra vita.  Quando il clandestino accetta  la morte dopo il dialogo con la Pescespada che racchiude tutte le figure  femminili, lascia questo testamento, questa poesia. Voleva lasciare qualcosa.  La Pescespada nella sua irrazionalità aveva lasciato le uova, da qualche parte  che poi il pesce maschio andrà a fecondare. Lui cosa lascia che non ha niente ?  Non rimarrà praticamente nulla nella storia.
Il suo racconto è uno scontro tra fantasia e realtà che fa nascere delle
  contraddizioni vere. Ricorda un po’ il grande Kafka e il suo assurdo. L’assurdo 
spiega la realtà nel suo scrivere, si è ispirata ai racconti kafkiani ?
  Sì! Sono dei classici che mi appartengono che mi hanno accompagnato in questi anni. Io trovo che nell’assurdo e nel caos ci sia l’unica spiegazione  possibile di tante cose che appartengono alla realtà, nella quale alla fine si  è distratti. Il fatto di aver fatto questa associazione che si chiama “ I raccogli fiabe” è proprio la sintesi di questo concetto dell’assurdo. I  Raccogli fiabe sono quelli che vanno in giro a piedi più che in macchina, vanno 
in giro la notte per vedere la realtà, difficile da accettare e la trasformano 
in fiabe. Per cui, quando si entra in contatto con la scrittura e la visione, si può anche scegliere che quella realtà esista veramente come raccontata. E’  uno sradicamento difficile da accettare perché abbiamo tutto per poter stare 
meglio ma stiamo sempre peggio.

Nella sua opera tra le tante c’è una trasformazione, un terribile paradosso.
  In che momento il viaggio di libertà  diventa una prigione ?
Per questi ragazzi rimanere in patria significa morire, mettersi in viaggio 
significa avere un’illusione di speranza. Approdare ad una terra dovrebbe  essere liberazione e rinnovamento, molto spesso sanno che non è così. E’ come  se iniziassero una trama di un viaggio del falso, in un  rapporto  mendace  con  al realtà, diventa quindi anche questa una meschina prigione. Io non voglio 
dire che non esiste speranza, ma c’è per  pochi allo stato attuale. 

Tra i protagonisti della pièce c’è sicuramente il mediterraneo. Dai racconti
 
di Omero questo mare è cambiato molto, cosa è diventato?

Lo ha già detto una giornalista, Laura Sirignano che lo ha definito una bara 
liquida. Ci saranno duemila morti  nel mediterraneo ma solo di questi ultimi  anni. Il mediterraneo è una culla di culture ha una storia unica ma  se  pensiamo cosa siamo riusciti a fare sia dal punto di vista della salute ma  anche dal far crescere le culture, capiamo che è un’altra di quelle cose che  solo l’uomo riesce a distruggere. 
Il progresso, la voglia di cambiare il proprio destino  fa venire in mente   
  Giovanni Verga con “ I Malavoglia” e il  ciclo dei vinti. Per lei cosa è il progresso ?
Dovremmo essere più critici verso il progresso come lo intendiamo noi, se 
intendiamo l’effetto finale. Noi essere umani abbiamo bisogno di poco per  portare avanti la nostra vita però il capitalismo cammina proprio su questa  creazione di falsi bisogni dell’uomo, fa marciare un’economia, questo è un  fatto meccanico. Il pensiero del progresso però è l’istinto naturale dell’uomo  a migliorare la propria vita guardando altrove e non importa se va bene o va 
male.  Le devo dire questa cosa importante: noi facciamo lo spettacolo al “
Cinema palazzo”. Pochi giorni fa quando stavamo vedendo di sistemare le ultime  cose della giornata di domenica dedicata al migrante, sono venuti a mettere dei 
sigilli a questo luogo all’interno del centro storico di San Lorenzo. Vogliono 
farci un bingo, ma lei si rende conto!  Poi sono intervenuti Dario Fo, la  Guzzanti, Veltroni  li hanno tolti. Questi volevamo farci un bingo, è  incredibile , in un luogo splendido. Siamo alla follia.  
Il suo prossimo libro? 
Sto scrivendo una storia sulla dentiera, è un omaggio a Marco Ferreri, ad un film stupendo che si intitolava “ La casa del sorriso” , un film sugli anziani, sull’amore che può nascere alla terza età e sul sorriso. 
Cosa è la Bellezza?
La Bellezza è un’illusione, una delle tante che circolano nell’area. Ognuno si fa interprete di questa astrazione.

Nell'inferno della famiglia tradizionale, intervista Aldo Cassano

da  "Il quotidiano della Basilicata"

Con la compagnia " Animanera" nell'inferno della famiglia 

di Francesco Altavista

Matera – Il significato particolare e la grandezza culturale  della sezione “ Milano a Matera” della rassegna teatrale  2011-2012 di Matera , potrebbe essere riassunto dallo spettacolo che sarà messo in scena questa sera a partire dalle 21:00 al teatro Comunale. Ci sono già stati spettacoli  di grande valore  arrivati al teatro materano ma  la compagnia “ Animanera”  per la prima volta  sarà in un teatro sotto il Po. Rappresenterà sulle meridionali tavole materane , “ Fine Famiglia- una commedia nera dall’inferno di una famiglia”. E’ un’opera, scritta dalla giovane  Magdalena Barile,  molto interessante che farà certamente ridere ma lascerà alla fine dei graffi che romperanno la tradizione, specie in un pubblico del sud notoriamente legato alla famiglia.. La regia dello spettacolo è affidata al giovane  Aldo  Cassano che in anteprima si concede ad un’intervista a “ Il quotidiano della Basilicata”.   
Aldo, quale è la sua visione da regista di un’opera considerata “nera” scritta da Magdalena Barile?
In questo spettacolo si svelano tutti i meccanismi tipici che tengono unite le famiglie di tradizione italiana con tutte le sue contraddizioni e si tenta anche qui di dare una soluzione. La classica famiglia di quattro persone decide durate il rito natalizio di comune accordo di separarsi per sempre. Nell’arco della serata succederà di tutto, vedremo se riusciranno a separarsi.
 Lo stile di “ Animanera” è davvero molto particolare nel suo mettere in scena contraddizioni sociali. Che tipo di regia ci si deve aspettare per questo spettacolo?
 Diciamo che abbiamo cercato di lavorare sulle caratterizzazione tipiche degli archetipi: la madre, il padre, il figlio e la sorella. La madre super affettiva  cerca di tenere insieme la famiglia con degli espedienti, fa una  torta che scandisce il tempo dello spettacolo. Il padre con il suo bagaglio di responsabilità, con i soldi pensa di aver esaurito i suoi compiti e poi le perversioni sessuali del figlio e la figlia con le crisi di autolesionismo. Sono state usate delle geometrie in questa casa gabbia, quindi tutti i movimenti sono studiati quasi in una partitura fisica, quasi coreograficamente, tutto scandito da suoni come se ci fosse un televisore acceso che accompagna la giornata della famiglia.
Mettete in crisi il concetto di famiglia tradizionale. Certo al sud il valore famiglia è più sentito che al nord. Cosa vi aspettate da un pubblico, per la prima volta nella vostra carriera del sud, di Matera?
Siamo curiosissimi di sapere come  prenderà il pubblico questa pièce. Immagino comunque che ci sia un’identificazione, io sono il regista e sono del sud e alcuni attori sono meridionali. La famiglia tradizionale al sud è molto radicata, sono convinto che alcuni stereotipi, molte dinamiche verranno riconosciute fortemente. Io vorrei toccare nel profondo, se pur con molta ironia.
Perché c’è incomunicabilità nella famiglia tradizionale e perché fallisce?
Si rimane legati a dei modelli che non sono al corso con i tempi. Ci sono ricatti affettivi. La maggior parte degli avvenimenti violenti avviene in famiglia, è inutile negare che il problema esista.. Il numero dei divorzi aumenta, le famiglie allargante sono all’ordine del giorno, l’idea di avere un partner tutta la vita è sempre di più vissuto come soffocante, i dettami della chiesa sono sempre meno unificanti. Sono tanti i motivi. Si modifica tutto, si modifica la famiglia anche se difficile da accettare. Il modello tradizionale è finito. E’ inutile arroccarsi, ci sono altre esigenze.
Il lavoro di “ Animanera” si è sempre mosso nella sperimentazione. Cosa vuol dire sperimentare in teatro oggi?  Questa commedia è un po’ uno spartiacque nella tradizione popolare italiana?
Sperimentazione è cercare modelli nuovi, linguaggi nuovi, sempre partendo dalla padronanza di tutti i codici anche quelli tradizionali della storia del teatro. Non mi prederei l’onere  e l’onore di fare da spartiacque, diciamo che abbiamo cercato di vedere la commedia con un piccolo assetto nuovo ed originale, direi quasi che è un ritorno perché con questa nuova sperimentazione si è diventati più freddi, estetici, distanti e noi siamo tornati al pubblico. E’ un modo di coniugare la modernità alla tradizione.
 Una “ Natale in casa Cupiello “ in chiave moderna?
 Sì, esatto. Si potrebbe dire anche così. Anche quella era una famiglia in crisi.
  Aldilà del concetto famiglia che si avvicina un po’ alla concezione pirandelliana. Come da questo conflitto di contraddizione esce fuori l’io?
  Vengono un po’ analizzate le personalità dei componenti, c’è un discorso psicoanalitico sui desideri, le paure che muovono i personaggi nelle relazioni. Per esempio: la mamma ha un bisogno di amore per gli altri o la volontà di legare le persone a sé, per manovrare i propri geni?
E il sentimento d’amore cosa diventa?   
L’amore  esce sempre un po’ come una specie di salvezza dall’alienazione e dall’isolamento, quasi come fosse una soddisfazione di un bisogno. Quasi come un calmare le paure. In questa visione è un po’ così.
Cosa è la Bellezza?
La Bellezza è l’inconsapevolezza delle cose belle che si espongono senza immaginare che possano provocare un sentimento.