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martedì 20 agosto 2013

Stefano " Cisco" Belotti, Indietro Popolo a Ferrandina, intervista integrale


A Ferrandina si ballerà con Cisco Belotti 




Ferrandina -   Questa sera a partire dalle 18, prenderà il via “ Arthing VII – giornata dell’arte e della creatività” nel chiostro di San Domenico a Ferrandina.  L’arte sboccia  nella collina ferrandinese con i suoi mille colori, dai laboratori, alla fotografia , ai libri con particolare attenzione ai più giovani. Tema di quest’anno “Back to the Future” : “rivalutare l'esperienza della tradizione che ci lega alle nostre origini in chiave post-contemporanea”, scrivono gli organizzatori che sono: l’associazione “ Pensiero Attivo” e “Linea Gotica Circolo Arci “  in collaborazione con il Comune di Ferrandina e la Provincia di Matera. A concludere questa splendida giornata  a partire dalle 22, il concerto di Stefano “ Cisco “ Belotti”.L’ ex frontman del Modena City Ramblers porterà a Ferrandina il suo tour dal titolo “ Indietro Popolo”. In anteprima con la sua solita gentilezza Cisco si concede a “ Il quotidiano della Basilicata” per un’intervista.
Cisco, “ Indietro popolo”  perché?
«Indietro popolo è una sorta di viaggio all’indietro nel tempo. Mi sono accorto l’anno scorso che erano venti anni che giravo per concerti l’Italia. Ho messo in piedi questo spettacolo che dal titolo vuole ripercorrere venti anni di live, di impegno, di storie e di viaggi. Parte dalle ultime cose scritte, dai miei lavori da solista per poi andare piano indietro fino all’inizio, al fatidico 1992 quando tutto partì con i Modena City Ramblers. Indietro Popolo è un titolo anche per prendersi in giro, riflettendo sulle mille occasioni perse della sinistra italiana  di attuare quei grandi cambiamenti che il Paese ha sempre chiesto».
Il fatto che tu oggi possa cantare le canzoni scritte con i Modena, vuol dire che finalmente sei riuscito a toglierti  di dosso  il vestito dell’ex frontman?
 «Sì, un po’ è così.  Questo spettacolo poi mi è servito anche a far pace con alcuni pezzi. Era un passato ingombrante, c’erano canzoni con le quali avevo litigato. Rifare  delle canzoni che non facevo più da anni mi è servito proprio a mettermi in pari con quel pezzo di storia che sento mio e a cui sento di appartenere,  sentendolo però  come passato».
 Come è stato per te risuonare con i Modena  nel concerto per l’Emilia?
«E’ stata un’emozione. Non salivamo sul palco insieme da diversi anni. Mi ha emozionato tantissimo rivedere  alcuni miei  compagni di viaggio. C’era poi l’emozione del gesto di quello che stavamo facendo e dove lo stavamo facendo. Noi abbiamo detto presenti a questa chiamata. Io ero tra l’altro nello stadio in cui sono cresciuto come tifoso, lo stadio del mio Bologna».
Canterai anche  “ Bella ciao”, pezzo che chiude ancora oggi il live dei Modena. E’ uno di quei pezzi con i quali hai litigato?
« E’ un pezzo con il quale in parte ho litigato. Non per la canzone, per l’abuso che si è fatto del pezzo di molti gruppi italiani. Io ad un certo punto ho detto basta, “Bella ciao” deve tornare alla gente e al popolo. Avevo deciso di non proporla più nei miei spettacoli. Ma non sarebbe  stato onesto e artisticamente giusto fare indietro popolo senza “ Bella ciao”. Quest’ultima è la canzone più importante della mia vita. Per me “ Bella ciao”  va oltre la musica. E’ la bandiera della mia famiglia, è la canzone con la quale seppellivamo i miei parenti. Ha un significato quindi per me molto profondo e personale».
Tra le canzoni della tua scaletta, c’è anche “ Contessa” che i Modena non cantano più….
«E’ una canzone con la quale ho avuto sempre un rapporto di amore ed odio, non mi ha mai rappresentato a pieno per certe cose che diceva. Gli anni e la distanza  sono riusciti  a mettere a fuoco quella che è semplicemente una canzone di un periodo storico che va riproposto in uno spettacolo come “ Indietro popolo”.   Quella canzone lì era diventata più famosa di noi ma soprattutto più estremista di noi e quindi ho dovuto prendere il mio tempo per metabolizzarla  e capire che è un pezzo del mio passato e va presa come tale».
Ricanterai anche  “ Cento anni di Solitudine” di un album incredibile e forse il più letterario dei Modena “ Terra e Libertà”. Cosa ci puoi raccontare di quell’album incredibile?
«E’ stato un album sofferto, su cui io ho creduto tantissimo ed  stato  un disco  su cui ho buttato sangue, lacrime ed anni della mia vita. E’ un album che doveva segnare una sorta di cambiamento del suono Modena in quegli anni e io ci sono molto legato. Non nascondo che attraverso la realizzazione di questo disco si sono incrinati anche molti rapporti nel gruppo.  Proprio perché è stato un album difficile e intellettualmente impegnativo, mi sento di dire  non siamo usciti vivi da quel disco però ne sono fiero. Credo sia l’album più importante della nostra carriera insieme al primo. Ho un unico rammarico, volevo registrare il disco  a parti separate perché era molto più difficile degli altri e invece lo registrammo alla vecchia maniera tutti insieme».
Da quanto tu la prima volta sei salito sul palco ubriaco a cantare con i Modena cosa è cambiato a livello politico?
«A livello politico la situazione è peggiorata nettamente. Le famose  occasioni perse  di cui ti parlavo, non abbiamo sfruttato e la politica ne ha approfittato. La qualità si è abbassata. Siamo arrivati a rimpiangere la prima Repubblica , per me non è così, ma in giro ho sentito questo, significa che al peggio non c’è mai fine. L’eredità famosa del signor B.   lascerà anni duri a
questo paese, quelli che stiamo passando e quelli che ancora purtroppo dobbiamo passare».
Nel tuo ultimo disco di inediti “ Fuori i secondi” c’è un pezzo dedicato ad Augusto Daolio dei Nomadi. Quando i Nomadi hanno cambiato di nuovo frontman si parlava proprio di te in sostituzione. Quanto è vera questa storia e quanto sei legato ad Augusto?
 «Sono girati articoli sui giornali ma non sarebbe mai accaduto che io fossi diventato il cantante dei Nomadi, ognuno ha la propria via e la propria strada da percorrere, con tanto di rispetto per i Nomadi per quello che hanno fatto e che fanno. Molta gente mi ha accumunato negli anni ad Augusto per il mio modo di essere, ma io non l’ho mai incontrato di persona. Augusto per uno che vive  vicino a Novellara rappresenta un’icona che a distanza di anni è un’immagine ancora viva di un artista a tutto tondo. Vivendo vicino alla sua città oggi respiri ancora la persona Augusto e quindi mi è venuta voglia di scrivere un omaggio ad un cantante che sembra sempre che manchi, indimenticabile per come sapeva dire le cose, per come lui sapeva scoprire gli ipocriti».   Concludiamo. Cose è per te la Bellezza?
 «La Bellezza per me è il sorridere, l’essere soddisfatti di quello che si fa».
  
      
     


giovedì 15 agosto 2013

Annalisa Scarrone, la rossa

da " il Quotidiano della Basilicata"



Una notte con la voce di Annalisa Scarrone 





di Francesco Altavista

Melfi –  All’Università degli Studi di Torino  ( facoltà di fisica ) quando doveva sostenere gli esami preferiva farsi inserire in fondo all’elenco, non ama ancora oggi stare al centro dell’attenzione.   La sua bellezza dai capelli rossi, il suo viso gentile, la sua potenza vocale  e le sue capacità da cantautrice non potevano però restare nell’ombra. Annalisa Scarrone ad oggi è una delle artiste e delle voci più interessanti del panorama italiano. Sarà a Melfi ( cartellone estivo realizzato dal Comune ) questa sera a partire dalle 22 in Piazza Duomo con una data del “ Non so ballare tour”  arrivato dopo l’omonimo disco e la partecipazione al Festival di San Remo con “ Scintille”.  In anticipo rispetto all’esibizione di Melfi, Annalisa si concede ad un’intervista per “ il Quotidiano della Basilicata”.    
 Annalisa, quindi  stando al titolo del tour, a Melfi non ballerai?
«Questo sicuramente no, non ballerò. E’ un concerto che nasce in teatro e poi prosegue nelle piazze e quindi ci sono stati degli accorgimenti per rendere lo spettacolo più da live esterno. Lo è diventato conservando quell’intimità che è preziosa durante uno spettacolo». 





Lei ha studiato e fatto musica  prima di partecipare ad “ Amici”. E’ una  ex talent molto atipica.  Sente  oggi il bisogno di staccarsi dal pubblico di “ Amici”?
«”Amici “è stata una grande opportunità lavorativa. Io piuttosto che slegarmi sento il bisogno di farlo crescere insieme a me. Vado fiera di quello che ho fatto, quindi non mi voglio staccare da quel pubblico. Voglio  fidelizzare  chi mi segue e fare in modo che cresca insieme a me e magari ampliandolo con un pubblico più variegato».
Lei ha detto più volte di essere timida, di amare l’ombra e non i riflettori. Ha dichiarato di amare  la pioggia. Il suo animo dark non sembra proprio da talent…
 «Sì , il mio animo è più vicino all’approccio cantautorale – intimistico piuttosto che ad altro. Quando piove  mi sento partecipe della natura, degli eventi atmosferici e quindi mi ispiro e mi viene voglia di scrivere, mi vengono le idee , penso e rifletto cosa che non faccio quando c’è il sole. Amo quando piove e stare alla finestra».



E’ per questa sua personalità che Fazio ha tradito il suo “ niente talent”  nel suo festival, accettandola come concorrente?
« Diciamo che  per me questo festival ha significato molto. C’era inizialmente avversione verso i talent molto di più nei confronti di “ Amici “  che di “ X factor” questo è stato evidente. Quindi per me è stato doppiamente un onore essere coinvolta sapevo delle difficoltà legata a questo punto».
Lei è una cantautrice, ma di sua scrittura  si è visto poco. Nei prossimi progetti ci sarà spazio per l’Annalisa cantautrice?
«Direi di sì, si è già intravista ed adesso si vedrà  in modo più consistente. E’ stato un periodo molto fruttuoso dal punto di vista della scrittura non vedo l’ora di andare in studio e lavorare  brano per brano».  
Concludiamo. Per lei cosa è la Bellezza?
«La Bellezza è il piacere nelle cose»  


mercoledì 13 marzo 2013

Massimo Zamboni, Intervista

da " Il quotidiano della Basilicata"



Prove tecniche di resurrezione con Massimo Zamboni 




Ferrandina – L’eclettico artista di Massimo Zamboni  arriva a Ferrandina, mentre sta preparando un nuovo album  e un nuovo libro sulla storia della sua famiglia e sui fatti di Reggio Emilia  nel 1900. L’attività di scrittore e poeta farà da padrona insieme alla musica al “Linea gotica” con qualche racconto tratto  magari dal suo ultimo   libro  “ Prove tecniche di resurrezione” .In anteprima Zamboni si concede a” Il quotidiano della Basilicata” per un’intervista.    
Maestro, sarà in Basilicata per una serata speciale ma per il secondo anno consecutivo lei sta girando con un tour insieme alla bella Angela Baraldi ripercorrendo la musica dei CCCP. Che senso ha oggi ricantare quelle canzoni, in particolare  quest’anno che è il trentennale del gruppo?
Quando ero ragazzo consideravo il mondo a volte anche come un nemico contro cui combattere, con ostilità. Quella ostilità  poi è diventata curiosità sempre più forte, oggi faccio fatica a riprovarla nei confronti del mondo, anche se la sento nei confronti del modo oppressivo di governarlo. In fondo questi pensieri non sono tanto diversi da quelli dei ragazzi che ci vengono a vedere e che per la prima volta si affacciano a questo mondo, usciti dalla famiglia e dalla scuola  e cominciano a chiedersi: e adesso cosa faccio?  Nel frattempo queste canzoni si sono sedimentante , sono diventate una specie di patrimonio collettivo e quindi ti capita di vedere un pubblico molto giovane insieme  a delle persone decisamente più adulte. Con questa chiave abbiamo ritrovato la voglia  di riportare il tour  in giro anche quest’anno, aggiungendo anche brani inediti
Massimo Zamboni rispetto al  ruolo che aveva nei CCCP ,  oggi  affida quei pezzi  a interpreti  femminili penso a Nada e alla Baraldi. Perchè questa svolta “femminista “?
Un po’ perché non volevo che ci fossero dei paragoni ingiusti con un probabile  cantante maschio e quella di Giovanni Ferretti, sarebbe stato un combattere che secondo me non aveva senso. Per trovare questa pacificazione rivolgersi all’universo femminile mi è sembrato più semplice e immediato. E poi perché Nada e la Baraldi sono difficili rinchiudere in delle categorie, hanno un impeto, una forza straordinaria.
“ Prove tecniche di resurrezione” è il suo ultimo libro. A  questo proposito le chiedo: come da un’estinzione, da una fine si può rinascere  e in questo ambito come si compie l’umano ?
Aldilà di quello che sono le mie esperienze, nascere e morire e poi rinascere, sparire e poi ricomparire e viceversa fa parte del destino dell’essere umano. E’ una cosa anche naturale e crudele nella sua ciclicità. Sul piano personale anche io come tanti mi sono trovato in mezzo a questi meccanismi, la fine dei CSI in particolare, dove la mia carriera è stata abbattuta , sradicata e mi sono trovato a fare i conti con non saper cosa fare e per fortuna  non sono tornato subito in musica ma con la parola scritta che mi ha dato un po’ di respiro. Se la forza vitale dell’individuo te lo permette è un’esperienza entusiasmante ricominciare, faticosa ma è il vero compimento dell’essere umano. Queste prove tecniche di resurrezione che noi intraprendiamo continuamente sia singolarmente che collettivamente credo siano le parti più divine del nostro essere terrestre.
Mi permetto una domanda filosofica. L’uomo   in questo suo compiersi, dopo la morte di Dio, il fallimento della tecnologia e delle grandi ideologie, dove trova spazio?
Intanto i meccanismi che ci governano sono assolutamente indifferenti al nostro dibattere nei loro confronti. Tanto che mi capita spesso di dire che guardo al cielo, guardo a Dio come lo guardano gli animali, con una sensazione vera,  senza farsi problemi. Chiedersi di essere credenti o meno mi sembra un problema posto male. Noi siamo insieme domanda e risposta. Non possiamo continuare per esempio  a pensare che siano positivi i termini di progresso che si sono inaugurati nell’800, o magari  trovare la consapevolezza di una classe operaia che al momento è assolutamente perduta,  secondo me occorre guardare oltre.
Come guarda oggi indietro alla nascita dei CCCP e perché è finita l’amicizia anche personale con Giovanni Lindo Ferretti?
I CCCP sono nati perché noi non sapevamo come affrontare il mondo, che cosa fare di noi e cosa avremmo dovuto fare. Abbiamo cercato di portare la Berlino del muro, così costretta, così dura da essere paradossalmente molto piacevole e piena di soluzioni, nei nostri territori, abbiamo cercato di fare a casa quello che volevamo fare in altre parti. Guardo a quel periodo con molto affetto.
E’ stato un buttarsi molto generoso. Noi, io e Giovanni Ferretti abbiamo avuto una storia così forte che è andata aldilà dell’amicizia. L’essere amici  si ferma molti gradini  sotto a quello che eravamo noi. Quando c’è qualcosa che  deturpa, imbratta un rapporto così forte  non riesci a resistere perché hai avuto troppo prima per accontentarti e preferisco adesso non avere niente.
Una curiosità. Ti sei sorpreso della deriva religiosa di Ferretti?
Giovanni è nato religioso, ha sempre vissuto in maniera religiosa consapevole o meno, all’interno dei CCCP sono diverse le tematiche religiose  anche molto osservanti e bigotte a volte. Certo però mi stupiscono le sue frequentazioni, questo sì!
Passiamo all’attualità. Daniele Vicari è un regista con cui lei ha lavorato moltissimo facendo molte colonne sonore. Che idea si è fatto di Diaz?
Conosco molto bene quella storia e il percorso che ha portato al film. E ’ successo che ci sono delle strategie e si sono attuate tutte, è successo quello che succede sempre  che è facile bastonare le persone indifese, delegittimare uno stato, la possibilità di andare in piazza, delegittimare la possibilità di esprimersi conquistata con il sangue per tanti decenni.
A che punto è oggi il rock? Non le sembra  troppo incravattato rispetto a quel movimento che voi  avete  contribuito a creare?
Decisamente sì. Il Rock comincia ad incravattarsi quando prima di tutto si pensa di non dover fare conto sulla storia del mondo ma semplicemente su quella del rock in sé , per cui se il tuo problema è scimmiottare quel tipo di musica  che viene da altre zone, vestirsi come loro, avere quel sound diventa molto povero. Quanto cominci invece a girare per il mondo,  a parlare di vita e di vite, allora sì che si toglie la cravatta.
Cosa è la Bellezza?  
La Bellezza è la verità, è l’ordine delle cose che rivela la verità.

giovedì 7 febbraio 2013

Con Ferdinando di Arturo Cirillo tra Angeli e Diavoli

da " Il quotidiano della Basilicata"

Con Ferdinando di Arturo Cirillo tra Angeli e Diavoli 


di Francesco Altavista 



Matera –  Il “ Ferdinando “ , in scena al teatro “ Duni” sabato scorso  nell’ambito della rassegna “ Teatri uniti – Napoli a Matera”,  scritto da Annibale Ruccello e riadattato dal genio e follia di Arturo Cirillo  che ne cura anche la regia,  sguazza nelle contraddizioni con violenza pura,  si aggira tra depravazioni e sentimenti nello stesso tempo profondi e deviati  con straordinaria fierezza e conoscenza, accoglie, coccola e deride i suoi personaggi con arguzia e con eleganza ne disegna il volto nella testa del pubblico per poi come fa un pennello intriso d’acqua portato questa volta con sussurrata delicatezza  su un disegno, confonde tutto nell'indefinibilità lirica.   Arturo Cirillo è anche in scena nella parte  di Don Catello, un prete viscoso e vizioso   che sembra esser uscito fuori dagli scritti del marchese De Sade. 




Se da una parte è vero che il prelato mette in luce enormi contraddizioni  nel suo rapporto con Dio  e con il peccato, Cirillo i mostra un uomo succube della sua stessa vita, della sua stessa velata cattiveria ma anche delle empie, nei suoi confronti, decisioni degli altri. Don Catello come gli altri personaggi è in bilico su un ponte con sotto il  dirupo dove ci sono le considerazioni facili, ad un certo punto il pubblico quasi spera che possa cadere per farsene un’idea precisa, ma non succede.  Due ore  ininterrotte  di teatro, senza pause  e cali di tensione, il pubblico poco, a dir la verità, al teatro” Duni “, è attento  concentrato su ognuno delle maschere che il testo di Ruccello ha scritto e che Arturo Cirillo  fa muovere sul palco con  precisione, mostrando in questi movimenti il passare del tempo con magie di regia.  La storia è ambientata  dopo una grande rivoluzione di costumi, dove la classe dominante deve cedere il posto ad una nuova classe borghese che approfittando dell’”Unità d’Italia” vuole appropriarsi del prestigio e del potere. Questo una consapevolezza che la pièce lascia in modo distratto, tra le vicissitudini dei personaggi , ma che con fascino, certamente  evidenzia anche un valore politico – sociale dei simboli mostrati.  Una  incredibile e vulcanica  Sabrina Scuccimarra   interpreta Donna Clotilde la parte che Annibale Ruccello scrisse per Isa Danieli, lei il perno della storia, lei rappresenta il tempo che non è più, la sconfitta  che va a legarsi all’onore della famiglia ma che rovina nel tranello di Ferdinando interpretato da un bravo Nino Bruno. 



La sessualità repressa, la carne in fiore di un giovane  disegna quasi ” pasolinianamente” terribili cognizioni. Donna Clotilde rovina come il regno dei Borboni ed è incapace di reagire quando tutto si svela, si sazia del giovane in un sentimento che non essendo totale e pieno risulta per forza falso. In dialoghi che nella stessa frase fanno ridere il pubblico per poi bloccarlo di botto quasi scandalizzato o strattonato dalla violenza di alcune metafore, però la gelosia, l’amore, l’orgoglio e anche l’odio si costruiscono da sé e poi allo stesso modo si trasformano continuamente. Geniale nel testo il contrasto tra l’italiano dei “ Savoia”e il napoletano dei Borboni  non tanto per il valore storico, ma proprio per caratterizzare i personaggi  Nel modo aristocratico, impellicciato di parlare di Ferdinando nasce da subito una stana contraddizione in una casa in rovina. Il tutto si muove in una scenografia intelligente di Dario Gessati, sembra formata da un largo e grande tappeto che sale verticalmente alle spalle degli attori. In scena il letto di Donna Clotilde, un divano, un mobile  e un candelabro a terra che sale quando sembra che il giovane Ferdinando abbia portato la gioia e l’allegria in casa. Donna Gesualda interpretata da un’impeccabile Monica Piseddu, è il pesonaggio più interessante.  Vive una storia carnale e di peccato con Don Catello,  accudisce nonostante le vessazioni la cugina Donna Clotilde,  cuce le ali e il costume per Ferdinando per una recita nei panni dell’arcangelo. E’ lei il fulcro di tutte le contraddizioni, sembra essere lei a tessere le trame della storia. E lei che viene tradita da Don Catello per Ferdinando, verso il prete un sentimento bello ma incompleto  e viziato da blasfemia. Lei si accorderà alla fine con Donna Clotilde per uccidere il prelato, lei mostrerà la falsità di quest’ultima come donna che non è mai stata fedele al marito, addirittura ladra. Sempre lei mostra al pubblico un confine netto tra l’amore  e la carne, verso Ferdinando è solo passione, voglia spudorata del corpo del giovane, un confine netto che svela la grande contraddizione del prete, innamorato del peccato che usa come arma verso il Dio che normalmente dovrebbe onorare.  In qualche modo svela anche l’inganno di Ferdinando in realtà figlio del notaio voglioso di potere e di ricchezze  e non parente di Donna Clotilde, si svela alla fine con un ricatto per avere le ricchezze nascoste e tutto questo lo fa con indosso gli abiti di un angelo cucini proprio da donna Gesualda. Ma sono così simili gli angeli del paradiso e quelli dell’inferno che ad un certo punto sembra evidente la straordinaria capacità di Monica Piseddu nei panni di Donna Gesualda di cambiare faccia ma di restare un angelo comunque,anche  quando tutto sembra tornare alle condizioni di partenza nonostante si sia macchiata di un omicidio verso l’uomo che amava. Una pièce bella, tutta da godere anche parlandone con gli amici tornando a casa, tante le trame, tante le contraddizioni mostrate da attori straordinaria, una su tutte Monica Piseddu che nella sua recitazione è stata capace di trasformarsi, di strattonare quel poco di certezza e ragionamento nel pubblico, capace di dare corpo a dei sentimenti umani che sono sembrati, tristemente per un romantico,  carnali senza perdere però la poesia del testo che non  stato blasfemo perché  se pur formato da metafore e parole violente, non ha parlato di esseri celesti e di Dio ma di uomini.

Una domenica Notte tutta da gustare

da "Il quotidiano della Basilicata"

Una domenica notte tutta da gustare 


di Francesco Altavista 

EH bravo Giuseppe Marco Albano! Finalmente un film girato, ideato e prodotto in Basilicata che non sia il dozzinale ammirare una terra polverosa e maledetta. E sì, “ Una domenica notte” è bello anche perché della Basilicata non si parla, la terra lucana in qualche modo c'è ma non si vede. L'unico riferimento evidente e netto che si tratta proprio della Lucania, lo fornisce la prima pagina del Quotidiano della Basilicata, in primo piano, mentre il protagonista, seduto ai tavolini davanti ad un bar, legge del successo del giovane regista figlio del sindaco. L'impresa titanica dei produttori coraggiosi Angelo Viggiano e Paolo Mariano Leone di realizzare un film totalmente indipendente anche nella distribuzione, aldilà dei gusti è l'esempio di una cosa ben fatta, di un film vero. E' una commedia che si beve come un the esacerbato dal troppo limone, ma che comunque scende in gola liscio e senza intoppi a lunghi sorsi. 




La colonna sonora di Populous, giovane salentino e in parte di Brunori sas, cantautore calabrese che con un suo pezzo dà il nome al film sono eccezionali. La regia appassiona, sa dove essere presente agli occhi di chi assiste e dove invece nascondersi dietro le terribili consapevolezze dei personaggi: alcuni movimenti di macchina sono unici e per palati fini. E poi in un cast d'eccezione che vede tra le fila anche il grandissimo Ernesto Mahieux nella parte del ricco e vizioso conte Paolicelli, c'è una splendida Claudia Zanella nella parte di Maria l'ex moglie del protagonista: solo il primo piano del suo viso etereo e dei suoi occhi luminosi come il riflesso della luna piena tra le onde del Mediterraneo in una sera d'estate, vale almeno cento volte il costo del biglietto. 





La recitazione della Zanella affascina terribilmente da subito senza nemmeno vedere il suo sorriso commovente e sconfinato, quasi teatrale rappresenta un film a sé, di fatti è lei che darà nel dialogo finale con l'ex marito Antonio Colucci, protagonista della pellicola interpretato da Antonio Andrisani, una lettura devastante alla storia: un regista simbolo dei sognatori che sono gli unici a restare fermi mentre intorno il mondo cambia. Come se i sognatori come Antonio, ormai ultraquarantenne, regista fallito che vuole fare un film horror e intanto lavora per piccoli e mediocri spot per attività commerciali di una provincia sperduta, fosse l'unico a non accorgersi della sua maledizione nel vivere ad una velocità totalmente diversa dal mondo che lo circonda. Per gli intenditori o i pignoli forse l'unico difetto, ma è anche una interessante scelta nella sceneggiatura, può essere il fatto che il protagonista praticamente è sempre presente e troppe scene sono girate all'interno, ma nemmeno questo stanca più di tanto grazie alla straordinaria capacità di Antonio Andrisani di passare da fasi quasi grottesche a parti drammatiche, solo con un movimento d'occhi e di sguardi. L'attore materano - che è anche l'ideatore del soggetto e di parte della sceneggiatura- in qualche modo si carica la pellicola sulle spalle e riesce a portarla a termine con ottimi risultati. 



Il sogno cinematografico di Antonio Colucci incontra nel suo percorso della ricerca fondi per il suo film diverse storie che vagano come anime in pena: un matrimonio fallito con tanto di figlio trattato come un pacco postale, c'è un nuovo rapporto amoroso forse falso e comunque non appassionato del protagonista con la sorella dell'ex moglie, con Francesca interpretata dalla brava e bella Francesca Faiella che praticamente si rattrista per la scomparsa della propria gatta ma quasi come in una storia pirandelliana ha un rapporto con la sorella ridotto a brandelli tra gelosie ed invidie. Non si salva nemmeno l'amicizia del protagonista sia con Giovanni (Alfio Sorbello) ridotto alla disperazione per non poter pagare l'affitto e consapevole della disgregazione del sogno di girare un film; sia con Augusto ( Adolfo Margiotta) separato e pronto a pagare l'amico, nella sua strana follia, per far uccidere la moglie. Il tutto trattato nella maniera di una commedia amara. Antonio non accetta i compromessi per realizzare il suo film, litiga perfino con un bambino perché anche nelle cose piccole, le uniche che riesce a fare, non vuole essere mediocre. Non accetta di tradire la sorella Carla interpretata da Anna Ferruzzo a favore del fedifrago e ricco cognato Vito (Pascal Zullino). In mezzo a queste storie, in una regia che così diventa ancora di più unica ed originale, alcuni provini che intuitivamente dal pubblico vengono attribuiti ad Antonio che cerca il cast per il suo film horror (alla fine non si capisce se riuscirà davvero a realizzarlo) con strani e divertentissimi personaggi quasi spiriti, una scelta che rompe la linea temporale e che fa nascere interessanti discussioni nella cena post-proiezione. Il film parte proprio con uno di questi strani casting, sulla scena c'è uno strano e grottesco personaggio, ai cittadini di Brienza si stringerà il cuore, quella strana maschera divertente è una sorta di simbolo della città situata nella valle del Melandro dove parte della pellicola è stata girata, purtroppo scomparso per malattia qualche mese fa, non si può che essere contenti che Raffaele per gli amici “u' libanese” in tutta la sua simpatica essenza di cantastorie stralunato apra un ottimo film che merita davvero di essere apprezzato. Il positivo accoglimento alle prime affollatissime di Potenza e di Matera è sicuramente un buon inizio.

Tra i Fantasmi di Enzo Vetrano, intervista

da " Il quotidiano della Basilicata"

Tra i fantasmi di Enzo Vetrano 




di Francesco Altavista 




Potenza – Il consorzio “ Teatri uniti “ di Basilicata formato da “ Cose di tetro e musica” di Dino Quaratino   e  dall’associazione “ Incompagnia”  di Francesca Lisbona con i suggerimenti di Antonio Calbi,   questa sera  a partire dalle 21:00 al “ Teatro Don Bosco ”  di Potenza e domani al tetro “ Duni “ di Matera alla stessa ora,  presenta  al pubblico quello che è probabilmente il  più grande teatro pirandelliano d’Italia, quello della coppia Enzo Vetrano e Stefano Randisi con lo spettacolo “ Fantasmi” ( già due anni fa in Basilicata per la rassegna “Le valli del teatro”) che vede anche la partecipazione di Margherita Smedile.La rassegna di Potenza e di Matera si pregia di un nuovo appuntamento di  imperdibile e grande teatro. Di Pirandello e dello spettacolo “ Fantasmi” ne parliamo in anteprima per “ Il quotidiano della Basilicata” in un’intervista  al grandissimo Enzo Vetrano.  
Maestro “ Fantasmi” torna in Basilicata. Come si potrebbe presentare uno spettacolo abbastanza complesso anche nella sua struttura ?
« In questo spettacolo abbiamo  affrontato dei  monologhi che sono all’interno di questo trittico che si chiama “ Fantasmi”. Il più noto è “ L’uomo dal fiore in bocca”, un testo talmente straordinario che da anni pensavamo di farlo. L’abbiamo unito ad altri due  monologhi: uno   al femminile che si chiama “ Sgombero”  e un altro “ Colloquio con i personaggi”  entrambi tratti da “ Novelle per un anno”. Quando è nato questo spettacolo avevamo però l’esigenza di inserire un brano che parlasse della fine della vita in maniera leggera come se fosse vita stessa. Abbiamo trovato due personaggi straordinari di un autore contemporaneo sempre siciliano che si chiama Franco Scaldati e questi personaggi si chiamano “ Totò e Vicé”. In questa scenografia che  è un binario abbandonato, camminano   e parlano anche loro della vita e della morte ma con una leggerezza tale da sembrare bambini. Sono personaggi carichi di grande poesia. “ Fantasmi” sono tanti pezzi che si sono composti insieme in un  unico spettacolo, sono appunto i fantasmi di Pirandello.»





I fantasmi sono esseri che non appartengono alla vita e neanche alla morte, sono in una terribile condizione di mezzo ma immortali. Perché Pirandello è immortale e di quali fantasmi parlate al pubblico?
« Facciamo riferimento ai fantasmi della vita stessa. Siamo circondati da storia, da presenza, da letteratura , da cultura; basta afferrare questi fantasmi che per anni ci girano attorno. In un momento di crisi della società così forte bisogna tornare a questi classici del passato. Ci parlano della vita in una maniera così profonda a cui non siamo più abituati. La nostra società adesso vive solo attraverso le comunicazioni veloci, bisognerebbe tornare all’essenza della parola, sarebbe una cosa per noi tutti molto  importante. I classici non hanno tempo perché parlano dell’uomo. I grandi autori scavano talmente forte che proprio non c’è da pensare all’attualità, perché c’è sempre. Viviamo in un mondo di fantasmi.»
Con i clochard “Totò e Vicè” portate la leggerezza, ma possono essere intesi come una sorta di lieto fine alle conclusioni sospese delle opere pirandelliane?
«Esatto. Il loro percorso è questo viaggio e  alla fine giocano. Forse la conclusione più bella la danno loro che giocando si trasformano poi in uccelli e  in angeli. Loro giocano come dei bambini e quindi più che una conclusione consegnano  una speranza. Attraverso il gioco e la poesia si può cambiare il mondo. Questi due personaggi ci stanno accompagnando tanto, tra l’altro da questo spettacolo è nato uno spettacolo intero, cioè tutto il testo di Franco Scaldati.»




In questo spettacolo forse la parte più violenta ed aggressiva è il monologo di “ Sgombero” della brava Margherita Smedile. Che donna mostra Pirandello?
«Questo monologo era stato composto per Marta Abba, la donna di Pirandello.  E’ un monologo molto violento. E’ un discorso  crudo nei confronti del padre, parla  delle violenze subite, dell’abbandono sulla strada e  a quei tempi a Marta Abba   parse troppo violento e non l’ha mai messo in scena. E’ una donna siciliana, molto forte a cui noi siciliani e noi del sud siamo abituati. Una donna avvezza ad una condizione difficile: la vita al sud è più dura sia da un punto di vista strettamente economico ma anche come discorso sulla parità tra i sessi. Questa figura di donna che traccia Pirandello è veramente una figura di ribellione ed è di una modernità assoluta. A quei tempi una donna non poteva reagire così, anche alla violenza. Pirandello la fa diventare un’eroina.»
Quando lo spettatore entra in teatro, lei è in platea con i panni dell’”uomo dal fiore in bocca”. L’attore si confronta direttamente con il pubblico e viceversa, l’opera è come se si muovesse con e tra il pubblico. L’attore pirandelliano  in questa ricerca di verità scenica riesce a fine spettacolo a liberarsi dal personaggio?
« Il personaggio è  una vita che si vive in tutta la sua profondità. E’ bello immergersi totalmente in questo fantasma, di dimenticare un po’ di essere Enzo Vetrano, anche se non puoi farlo totalmente. E’ bellissimo. Il cervello sa che è finto se no morirei  d’infarto ad  ogni replica.  Però un po’ te lo devi dimenticare. Anche Pirandello dava questa indicazione, quella  di rompere - ed è modernissimo ancora - questa barriera tra palcoscenico e spettatore, mischiare  come se in ognuno ci potesse essere “ L’uomo dal fiore in bocca”.»



Una particolarità incredibile è la grande amicizia che lega lei  a  Stefano Randisi, più di trent’anni insieme. Come vive  un legame così forte? Vi sentite un po’ come i vostri personaggi “ Totò e Vicè”?  
«Certo non è tanto comune un legame del genere nel nostro mondo. Abbiamo iniziato insieme questa avventura. Questo binomio è diventato assoluto. Abbiamo la stessa idea di teatro, la stessa vocazione e la stessa meta. Fare una regia in due è come se a farla ,  fosse un’unica persona con due facce. Siamo anche profondamente diversi io e Stefano. Io  sono più folle, lui più razionale. Le sue idee con le mie danno la possibilità di uno spettacolo folle che si riesce a capire. Tutti e due amiamo lo stesso tipo di poesia,  ecco perché dura anche il nostro lavoro insieme. E’ una grande storia di creazione insieme. Nel dialogo tra “ Totò e Vicè”  c’è un po’ anche la nostra storia di amicizia molto forte che è sicuramente un altro tema di questo spettacolo.»
Maestro, avete collaborato con la compagnia “ Le Belle Bandiere” di Elena Bucci  e Marco Sgrosso ( il  primo febbraio in scena  allo “Stabile” e il 7 al Duni) in passato ed avete fatto cose indimenticabili. Collaborerete ancora insieme? Quali  sono i vostri prossimi progetti?
Con “ Le belle bandiere” per ora non è previsto niente, stiamo facendo dei percorsi diversi e paralleli. Per ora progetti separati. Abbiamo un progetto di tornare a Goldoni che ebbe un grande successo e sono anni che lavoriamo al “ Tartufo”  ma in questi ultimi anni troviamo difficoltà a livello produttivo, perché per quanto abbiano grande successo, le risorse tendono a diminuire. Per quanto riguarda noi : abbiamo realizzato  diversi frammenti di Pirandello per un  documentario della Rai da mandare in tv.  C’è “ Fantasmi”, “ Totò e Vicè” ma anche altri personaggi di Pirandello, l’abbiamo consegnato venti giorni fa. Il documentario si chiama “ Per mosse d’anima”,richiamando proprio la ricerca della verità scenica che Pirandello voleva dai suoi attori. Ci sono poi  nuovi spettacoli in programma e vorremo fare un lavoro su Sciascia che pochi conoscono come autore ma è straordinario.»
Cosa è la Bellezza?
«La Bellezza è qualche cosa che fa vibrare in maniera forte, un qualcosa che incanta.»







Grisù, commedia gustosa di Clementi

da " Il quotidiano della Basilicata"

Grisù di Clementi, una commedia " gustosa"



di Francesco Altavista 



Satriano di Lucania – Alla fine dello spettacolo si va tutti di corsa a degustare prodotti tipici nel Castello Guarini di Satriano di Lucania, con gli attori che fino a pochi minuti prima avevano saziato tutti a suon di risate per circa due ore. E’ la nuova idea degli organizzatori della rassegna “ Le valli del teatro”, Domenico De Rosa e Rocco Positino: unire il teatro alla promozione dei prodotti tipici, uno strano ma interessantissimo intreccio tra l’arte e i sapori del Melandro.  E quindi  Paolo Triestino, Nicola Pistoia, Franca Abategiovanni, Sandra Caruso e Diego Guenci  appena scesi dal palcoscenico del teatro “ Anzani” di Satriano di Lucania e smessi i vestiti di scena della splendida commedia del genio  Gianni Clementi ”, Grisù, Giuseppe e Maria” ,  domenica scorsa si sono ritrovati nella “Rocca Duca Poggiardo” insieme a tutto il pubblico che poco prima si era trascinato in un lunghissimo applauso,  a gustare latticini e salumi tipici seguiti dall'immancabile buon bicchiere di vino che da queste parti si può accompagnare anche solo ad una chiacchiera, in questo caso, con gli attori. Certo la stanza del buffet probabilmente  rinvigorita da qualche “intruso”  ha appassionato più persone ma il teatro “Anzani” al primo spettacolo della rassegna 2013  “ Le valli del teatro”  fa registrare quasi il tutto esaurito, segno di una amore per la coppia Triestino – Pistoia  ma anche un gesto d’affetto profondo verso gli organizzatori della rassegna, De Rosa e Positino.  Gianni Clementi per portare il pubblico in una intricatissima storia, tipicamente napoletana  usa l’espediente del flashback affidato a Donna  Rosa interpretata da una bravissima Franca Abategiovanni  che appare  in platea  davanti ad un altarino  corredato da un’immagine della “ madonna”.  Tutta la pièce, sotto un’energica, veloce  e moderna regia di Nicola Pistoia,  è un omaggio al teatro napoletano, non solo nella lingua che con straordinaria maestria viene fatta fluttuare nella storia da attori non napoletani, ma anche  nei modi, nelle strutture, nelle sceneggiate   e perfino nell'intreccio che ricorda molto nel  sapore le speculazioni   “scaperttiane”. 



Anche nelle caratterizzazioni dei personaggi Clementi si rifà alla commedia napoletana  di   Scarpetta, specie nei personaggi femminili  dove è evidente qualche vena del maschilismo che caratterizzava quelle opere partenopee: le donne  non sono protagoniste che superano gli argini imposti ma vittime che stanno al loro posto.  E’ una pièce comunque che ,  come al solito quando si assiste alla magia della penna di Gianni Clementi, non bisogna leggere superficialmente affidandosi solo  alle continue maschere esilaranti corredate da battute, ma scavare nelle personalità dei personaggi  e nella straordinaria lirica dei dialoghi. E’ un esercizio che il pubblico deve fare per dedicarsi corpo e anima ad una scrittura entusiasmante oltre che a capacità interpretative uniche da parte di tutti gli attori in scena.  Paolo Triestino è il perno di tutta la storia: è il prete, Don Ciro intorno al quale si legano tutte le storie dei personaggi,  tutte dalla doppia faccia. Una con il sorriso e la speranza propria degli anni 50 periodo in cui è ambientata la pièce e l’altra terribile, oscura, ombrosa  e più nascosta che evidenzia le storture del dopoguerra e  fornisce alcune delle parole che tratteggiano  la modernità. Così  questo strano prete che è simbolo della pièce,  da una parte appassiona il pubblico  e ricorda un po’ l’eroe che vuole portare Pozzuoli verso l’emancipazione, l’amico del popolo, pronto a tendere la mano, pronto a dare insegnamenti ma a non essere severissimo sui dogmi della chiesa ma comprensivo e disponibile nel leggere le lettere ai suoi fedeli analfabeti:  dall’altra parte il prelato diventa anche il custode aggressivo  di un tempo ormai frantumato come i valori della famiglia e le vite dei miserabili,questi ultimi indirizzati a votare il consigliere comunale che fa i favori. 
E’ Don Ciro che decide di costruire una truffa per salvare due donne sole dallo scandalo. Sullo sfondo la tragedia di “ Marcinelle” , dove muore a causa del gas “ Grisou” o “ “ Grisù”, Antonio   il marito fedifrago di Donna Rosa che come il prelato vuole mantenere almeno la parvenza di donna onesta e timorata di Dio ma il suo essere anche moglie comprensiva fino all’assurdo ( concede senza batter ciglio  la relazione amorosa tra il marito e la sorella) la porta ad una sconfitta su tutti i fronti. Insieme alla tragedia della miniera belga  c’è la storia di “Peppiniello” il figlio mezzo analfabeta ma  talentuoso nel gioco del calcio  di donna Rosa, simbolo del sud  che alla fine abbandonerà l’Internazionale per tornare alla sua Napoli a vendere gelati per pochi spiccioli. Pozzuoli diventa l’immagine di un’Italia deturpata e violentata dalla guerra appena passata, un momento in cui i valori alzati come la polvere  del fuoco delle bombe deve ancora assestarsi. In questa confusione da sconfitto si muove , marginalmente, anche il sacrestano Vincenzo che non riesce a cantare “L’alleluia” ; zoppo e con una mano sola, è  l’espediente comico della pièce, interpretato da Nicola Pistoia. Donna Filumena,  sorella di Donna Rosa  interpretata dall’unica napoletana della compagnia Sandra Caruso è la vittima di questo caos, vittima della sua passione ormonale,  lei è lo scandalo che si vuole evitare, aspetta un figlio dal marito di sua sorella o almeno così si crede fino alla fine. Vittima del sotterfugio di Don Ciro è Don Eduardo interpretato da Diego Guenci  anche lui marito traditore ammaliato dalle grazie di Donna Filumena. Per evitare l’immoralità  i due nascituri vengono attribuiti a Donna Rosa e sarà lei a sopportare il peso dello scandalo perché come finiscono quasi sempre le storie d’amore e di tradimento napoletane, il figlio di donna Filumena è “nero”  e sarà chiamato proprio Grisù. Finisce bene la storia: Donna Rosa perdona in qualche modo la sorella, Don Ciro aspetta il suo nuovo sacrestano perchè Vincenzo è diventato prete, Don Eduardo padrino di Grisù baderà economicamente al suo sostentamento e Donna Filumena ha mantenuto la sua immagine di donna casta e pura. Un finale che di lieto ha solo la parvenza, dentro brucia di parole amare e consapevolezze nascoste ma in fondo brilla una luce di speranza perché non si parla dei tempi moderni ma degli anni 50 ,quando era ancora permesso che dal  matrimonio tra  delusioni e  sogni nascesse la speranza.  

lunedì 24 dicembre 2012

Colpi di Fulmine,Arisa è Tina da Pignola

da " Il quotidiano della Basilicata"

Arisa con De Sica  in " Colpi di Fulmine" 



di Francesco Altavista 




----  Il Natale sui film fa lo stesso effetto del freddo inverno  sui cerri, li spoglia di ogni bellezza riducendoli a scheletriche ombre di ciò che  normalmente dovrebbero essere. “ Colpi di Fulmine” per la regia di Neri Parenti che ne scrive anche la sceneggiatura insieme a Saverni, Bencivenni e De Biase, non doveva essere, almeno leggendo le presentazioni, il solito film natalizio e invece  è un cine – panettone a tutti gli effetti, a dirla tutta ,anche un po’ indigesto. Neri Parenti non abbandona il suo stile di anti cristo, si burla del Papa, dei preti e addirittura nella prima storia affida la parte di un villoso e vizioso sacerdote al noto anticlericale e vignettista  Vauro Senesi. Questa satira vaticana poteva essere una buona cosa e invece “ Colpi di Fulmine” diventa solo un  colpo,  allo stomaco e alla testa in una sceneggiatura che mostra allo spettatore profonde e incolmabili voragini, il fulmine probabilmente arriva ma  evocato più volte da chi guarda il film. Quest’ultimo  è diviso in due storie indipendenti  ed è la seconda vicenda  a salvare in parte la pellicola. L’intreccio non è niente di eccezionale, una storia già sentita di due mondi che per amore si incontrano: l’ambasciatore che si innamora di una burina pescivendola  ed è costretto a dimenticare i suoi modi signorili per conquistarla.Non è  quindi   la vicenda narrata, talmente banale a tratti da sradicarla da quel poco di romanticismo che fa sempre bene ai film mediocri, a dare alla  pellicola un minimo di salvezza  ma è la straordinaria comicità d’autore di Lillo e Greg e la bellezza di Anna Foglietta classe 1979 insieme ad un cast forse più interessante della  prima storia a svegliare un po’ il pubblico. Nonostante questo la non attrice per eccellenza di questa pellicola, anche se ormai ha nel suo curriculum ben tre film ,  la lucana Arisa, tra gli attori della prima storia,  non dispiace: certo la parte scelta per lei è quella della perpetua Tina da Pignola che probabilmente, nonostante farà contenti i suoi compaesani nominando la sua cittadina arricchendola da frasi in vernacolo pignolese, la mortifica un po’. 


Non solo perché ancora una volta è costretta a vestire i panni della religiosa e si innamorerà suggellando con un bacio finale del sacrestano interpretato da  Simone Barbato che, con tutto il rispetto, non è al suo livello; ma anche perché fa la parte della maschera e  della caricatura comica che ha poco da dire, un ruolo che nella vita ha cercato di scacciare in tutti i modi. Certamente è lei Tina da Pignola  la spalla più divertente dei dialoghi del protagonista assoluto Cristian De Sica : un medico che per scappare dalla finanza si finge prete in un paesino del Trentino. De Sica è il padrone assoluto di una storia insulsa e  piccola di cui non si ricorda quasi niente. Forse per appartenenza ma tra ciò che rimane nella memoria c’è Arisa perché con umiltà si confronta con il suo ruolo, non poteva  fare cose eccezionali e si è  accontentata  di fare poche cose e semplici, nella recitazione senza energia   non sbava e  non cattura più di tanto la cinepresa e l’attenzione del pubblico; nel film che si conclude con un pezzo cantato,  è lei a dare il via alla canzone ed è la sua voce da cantante (il suo mestiere è bene che non lo dimentichi) che primeggia sulle altre nel ritornello: ” Basta un sì per vivere Felici”. E’ un po’ come se il pubblico per Arisa fosse come  un genitore che va alla recita del figlio piccolo e anche dopo una prestazione non certamente esaltante gli lancia qualche caramella.

Sarebbe stata comunque  l’attrice più  ricordata se non ci fossero state :  la bravissima e bellissima Luisa Ranieri, protagonista femminile nella parte del maresciallo dei carabinieri che tutti vorrebbero avere nella propria città,assolutamente di un altro livello attoriale rispetto a tutto il cast ma terribilmente limitata dalla sceneggiatura e  l’affascinante Debora Caprioglio nella parte di una incantevole edicolante che nella realtà risolleverebbe certamente il mercato editoriale.  Se questa storia incoerente e non coesa certamente non ha aiutato Arisa, ha addirittura demolito  Cristian De sica  che esce da questo film come il pubblico esce dalla sala del cinema con animo  impalpabile e con gli occhi al prezzo del biglietto.

domenica 23 dicembre 2012

Intervista: Cristina Donà una voce al femminile

da " Il quotidiano della Basilicata"

Cristina Donà una voce al femminile


di Francesco Altavista



Tito –  E’ un programma interessantissimo  fatto di arte e riflessione quello del festival  “Al femminile” organizzato dalla Regione Basilicata  alla sua seconda edizione distribuito in due giorni.  La  giornata di ieri, al ridotto del teatro “ Stabile “di Potenza  è stata dedicata al tema :  “Donne nella crisi. Là dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva”.  Oggi la giornata più attesa con  la chiusura del festival  attraverso l’arte  al centro per la  creatività “ Cecilia “ di Tito, tutto rigorosamente ad ingresso libero. Si parte con il ballo alle 20 :  la “ Compagnia junior del Balletto Lucano”  con le coreografie di Loredana Calabrese presenta  lo spettacolo “ Centomondi”; alle 20 e 30 sarà il momento del teatro con la presentazione del progetto  teatrale “ Abracadabra. Storia dell’avvenire “ ad opera di Carlotta Vitale  e del progetto “ Scatole . Primo Studio su M.” ad opera di Mimmo Conte entrambi della compagnia “ Gommalacca Teatro”. Il main event del festival si avrà a partire dalle 21 e 30  con il concerto della straordinaria Cristina Donà per la prima volta con la sua musica in Basilicata. L’artista chiuderà proprio a Tito il suo entusiasmante tour  cominciato dopo l’uscita del suo ultimo disco: “ Torno a casa a piedi”.  Le bella Cristina Donà  mostra tutta la sua disponibilità, simpatia e gentilezza in  un’intervista in anteprima per  “ Il quotidiano della Basilicata”.     
Cristina, “Torno a casa a piedi”  è il tuo ultimo disco, uscito nel 2011. Questo “andare a piedi”, indica un tuo amore verso la lentezza e verso  i tempi della bella poesia italiana?
«Sicuramente la poesia ha un tempo di stoccaggio  e di decantazione più lungo rispetto ad altri tipi di scrittura. La poesia poi   nasconde  dei segreti che si svelano piano. Segreti che non si esauriscono  mai. Questi sono dei concetti e delle prerogative  che cerco di applicare alle mie canzoni. L’idea che ci sia sempre  qualcosa di nuovo da scoprire all’interno di un brano che magari si  ascolta tante volte, è una cosa fantastica ed  indica una  lentezza  anche fisica  a cui non siamo più abituati, perché bombardati in continuazione da un mondo veloce. Lentezza e quindi poesia  è anche camminare, un gesto che va riscoperto anche per gustare l’altra metà di noi, l’altra metà dell’essere umano che  è la natura. Questa è una  parte di noi che abbiamo un po’ dimenticato.»



Perché la Basilicata per chiudere il tuo  tour ?  
«Io sono molto contenta  di suonare in Basilicata per tantissimi motivi. Uno  è  certamente legato al fatto che il nostro tecnico di palco, Michele Brienza che  lavora con me ormai da due anni ed è un persona eccezionale a cui voglio un bene enorme ed è un bravissimo tecnico( non ne ho conosciuti nella mia carriera di più bravi),  è di Potenza. Capisci che finire il tour in casa di Michele Brienza mi provoca  una grande emozione. Poi proprio il fatto di non averci mai suonato mi spinge a volerci suonare, un po’ anche per curiosità, per come potrebbe reagire il pubblico. In realtà però sono stata in Basilicata diversi anni fa con un mio amico giornalista. Lui doveva fare un servizio sui pozzi petroliferi  e io mi ero aggregata come fotografa. Abbiamo girato quattro giorni in Val D’agri, a Matera , Maratea e in altri paesi e  mi è piaciuta tantissimo. Ancora oggi porto con me lo stupore  della  varietà dei  paesaggi che ha la Basilicata. Sono poi  felice di esserci per essere stata inserita in un ottimo  programma, quello  del festival  “ Al femminile”.»
Hai detto di ispirarti a Lucio Battisti specie in quest’ultimo lavoro. Questo tuo amore per il pop  pensi che abbia fatto storcere il naso a qualche puritano dell’indie a tutti i costi?
« Io faccio la musica che mi piace, faccio musica che sento e  che penso possa arrivare agli altri  nella maniera migliore. Mi piacerebbe che fosse chiaro che non esiste questa distinzione tra indie e pop. Questa è una dimostrazione di ignoranza musicale mostruosa che io non tollero più ormai da diverso tempo. Negli anni 80 si veniva tutti dal punk. In Italia si conoscevano solo i soliti tre- quattro  accordi ed era facile dire il pop fa schifo, perché non si riusciva a fare.  Anche io all’epoca ero più talebana in questo senso, mi piacevano delle cose che poi ho scoperto  molto limitate a livello musicale.»


I tuoi primi dischi,quelli per la produzione di Manuel Agnelli erano molto  più cupi, più grigi. Oggi specie negli ultimi si assiste ad un’esplosione di colori e di dolcezza, si ascoltano con il sorriso. Ti sei staccata totalmente da quel mondo?
« Un cambiamento notevole c’era già stato al terzo disco, i primi due erano stati prodotti da Manuel Agnelli. Mi avevano affibbiato l’etichetta della “PJ Harvey  italiana” tra l’altro un’artista che amo ma volevo staccarmi per fuggire dal pericolo di dover fare sempre la stessa cosa. Non volevo cementificarmi in uno stile. Quindi già dal secondo album alcuni brani si staccavano dal primigenio sound;  con il terzo ho cercato di aggiungere dei tasselli. In questo ultimo album mi è venuto spontaneo scrivere in un  modo diverso, un po’ credo perché sono diventata mamma, ma più che altro  la  mia volontà era far passare dei messaggi importanti con leggerezza.»
A Tito sarai al “ Festival al femminile” organizzato dalla Regione Basilicata. Quanto è difficile oggi essere cantautrice, madre e moglie?
«L’Italia è  indietro sotto il profilo della libertà femminile. Non è un tipo di libertà palese, è un problema molto sottile che però si mostra nella sua orribile rovina nei  casi di femminicidio e di violenza. In un certo senso questo riflette un momento di instabilità tra l’uomo e la donna:  l’uomo non accetta questa nuova veste femminile:  una donna che è  indipendente, che decide magari di separarsi,  che lavora, che si realizza ed esprime la propria personalità,  una donna, quindi  che conquista le sue libertà. Non esiste in Italia poi  un’integrazione tra la famiglia e il sostegno delle strutture sociali, è difficile essere genitori e madri in questo Paese.  Probabilmente su questa mancanza di libertà ha  influito molto la presenza della chiesa che da sempre vede  la donna relegata in  un certo ruolo. Si deve permettere alle donne di essere madri, mogli e lavoratrici, in estrema libertà non è detto che per realizzarsi si debba  essere tutte e tre le cose. Questo non è un Paese che lo permette e mi fa sempre più schifo.»
Cosa è la Bellezza?
 «Ti rispondo con una frase di una mia canzone: “ la verità e la bellezza non fanno rumore”. E’ un qualcosa di cui non ti accorgi ma che abbiamo bisogno di cercare e  di trovare nelle nostre vite, perché la bellezza  è  il nostro equilibrio.»


Emozioni al buio con Cesare Picco

da "Il quotidiano della Basilicata"

Picco di emozioni al buio



di Francesco Altavista 


Potenza -  E’stato chiaro da subito che sarebbe stato qualcosa di straordinario ed inimitabile. Immediatamente si è avuta la sensazione che dopo  il viaggio che stava per cominciare, nulla sarebbe sembrato uguale; ad accogliere una marea di spettatori è un teatro “ Stabile “ di Potenza in penombra, perfino le luci verdi di segnalazione delle uscite erano coperte da spessi cartoni . Al centro del palcoscenico uno splendido  pianoforte a coda  nero e lucente. Il teatro potentino si riempie,  per “ Cose di teatro e musica “ è un successo di pubblico, la città accoglie lo spettacolo “ Blind Date” di   Cesare Picco a braccia tese verso l’ignoto e con una  curiosità che spalanca il cuore.  Per la prima volta, lo confessa lui stesso, Cesare Picco presenta il suo spettacolo:  prende la parola al centro del proscenio, sembra emozionato di vivere questa esperienza  in un teatro all’italiana anche questa per lui una prima volta e si sa sono queste le cose che non si scordano mai, specie per un artista così sensibile. Il maestro  Picco costruisce la sua musica, tutta completamente improvvisata quasi leggendo nelle emozioni che annegano nella penombra prima e nel buio completo poi, per circa un’ora. La musica del pianoforte suonato con straordinaria passione sfoggia una scintilla d’amore tra le mani del maestro e la tastiera lucida dello strumento che  diffonde un calore strano,avvolgente eppure così delicato e quasi ipnotico. Le luci gradualmente si attenuano fino a  spegnersi totalmente ed è questo il momento  in cui si intraprende un viaggio nei propri ricordi, nelle immagini che in un montaggio pazzo prendono a pugni la memoria.  Al buio si è se stessi, al buio non importa chi si ha di fianco , chi è sul palco, non importa perfino stare seduti sotto il prepotente  loggione dello “Stabile”, come se lo spirito abbandonasse il corpo per viaggiare in ciò che non è o in ciò che non è più.  Si arriva così ad un certo punto dello straordinario concerto a cercare una prova dell’esistenza del proprio corpo: si stringe quello che si può con forza, magari la sedia dove si è seduti, il proprio cappotto o  la locandina che si  arriccia violentemente tra le mani. Si cerca il rassicurante contatto con la carnalità, si scopre il dolore fisico come legame saggio  per non lasciarsi totalmente alla corrente impetuosa della musica, ci si sente come fa una foglia staccata dall’albero e spinta dal vento verso mete ignote. “ Blind Date” diventa quindi un’esperienza  sofferta, paurosa ma bella come non mai. La vista diventa un ostacolo superato dagli altri sensi che si sublimano nel delizioso sapore di libertà.  Cesare Picco mostra al pubblico di Potenza  grazie alla sua musica e a alla  sua passionalità fuori dal comune, un qualcosa di  bellissimo che si materializza luminoso nella parte buia di ognuno, nel buio del teatro,buio nel buio, pezzo per pezzo l’immagine di una bellezza quasi nazarena e divina squarcia lo spazio come se quell’essere che si ha davanti non appartenesse a questo mondo, proprio come la libertà. Cesare Picco alla fine  riporta tutti a casa, il teatro torna piano alla penombra. Il pubblico però   pur  ritrovando alla luce le sue  condizioni normali, porta su di sé la polvere di questo viaggio, segni e solchi  sulla pelle che come cicatrici coveranno indelebili al proprio interno un odore innamorato, il profumo  della libertà. 

Con Chiara Baffi c'è il sole anche quando "Chiove"

da "il quotidiano della Basilicata"


Con Chiara c'è il sole anche quando " Chiove"




di Francesco Altavista


Matera – «Il teatro per me è fondamentale, è un posto in cui io sto a mio agio, mi dà la sensazione che tutto può accadere e nel migliore dei modi, mi sento  protetta dal palcoscenico. Mi piace condividere tutto ciò con il pubblico.» Sentire queste parole dalla profonda e splendida voce, ornata  da sospiri e toni involontari da femme fatale, della bellissima  Chiara Baffi farebbe tremare di emozione chiunque. E’ un’attrice giovane ma pluripremiata e  sarà a Matera in scena il prossimo nove dicembre al Duni ( 17 e 30) con la  pièce “ Chiove” nella parte di Lali, unica donna sul palco insieme a Enrico Ianniello e Carmine Paternoster. Con “ Teatri Uniti” che produce anche questo spettacolo, Chiara gira il mondo, molte volte insieme al suo grande maestro Toni Servillo con il quale continua a collaborare dopo il grandissimo successo de “ La trilogia della villeggiatura” di Carlo Goldoni: tour internazionale di 4 anni con quasi 400 repliche. E’ un’attrice straordinaria oltre che spaventosamente bella, nonostante le prove in teatro e un guasto a casa , ci confessa, al tetto gocciolante di pioggia, si concede per un’intervista esclusiva per “ Il quotidiano della Basilicata”.
Chiara, lei più volte ha dichiarato di dovere molto allo spettacolo “ Chiove”. Perché è così importante per lei?
« E’ nato  un incontro magico tra noi attori in questa pièce. Appena abbiamo iniziato a lavorarci, durante le prove,partendo dallo  studio sul testo, si è creata questa incantevole alchimia. E’ stata così forte che non abbiamo potuto fare altro che  prendere in mano la situazione ed accorgerci di avere una pietra preziosa tra le mani. Il testo poi ha la fortuna di essere scritto in modo incantevole. Lali è  un personaggio che ho amato tantissimo fin dalla prima lettura. Mi ha conquistata completamente, io ho avuto solo il grande piacere e la responsabilità di prendermene cura.  La luce di Lali  mi ha subito entusiasmato e guidata ad affrontare un personaggio certo complicato, una prostituta; io non l’ avevo mai interpretata, mai un personaggio con questa popolarità moderna. Mi ha guidato anche  la scrittura viva e carnale di Mirò, a cui sono immensamente grata.»



 Quando è stato importante per una giovane attrice come lei entrare nella grande realtà di “ Teatri uniti” di Napoli?
«E’ stato fondamentale. Prima di tutto perché era il mio più grande desiderio ed è stato esaudito. Per me è stato molto importante perché mi ha permesso di lavorare con Toni Servillo che è una persona che stimo enormemente: un attore straordinario ed un regista meraviglioso. Vivere con lui  “ La trilogia della villeggiatura” è stata un’esperienza unica che mi ha insegnato moltissimo. Con Toni Servillo non avevo il ruolo da protagonista come in “ Chiove”  ma riuscivo tutti i giorni, grazie alla sua grandezza, a vivere questo rapporto con il personaggio, a nutrirlo, a divertimi  e scoprire sempre nuove cose ad ogni replica.»
Lei è una figlia d’arte,suo padre Giulio Baffi è un famoso critico teatrale ed ha diretto addirittura il  “San Ferdinando”. Quanto è stata colpita dallo stereotipo della “bella attrice raccomandata”?
 «Non mi ha dato molto fastidio, nel senso che  non ho dovuto farci i conti poi troppo. Fortunatamente ho costruito la mia carriera pian piano, partendo da piccolissime  parti e partecipazioni a spettacoli; ho studiato il più possibile nei modi che ritenevo opportuni, sono entrata in questo mondo  in punta di piedi. Poi pian piano ho preso sempre più spazio lì dove potevo, dove mi è sembrato giusto farlo e mi è stata data opportunità di farlo. Ogni tanto vengono fuori queste voci  fastidiose, ma cerco di combatterle con i fatti  con il mio lavoro, la mia dedizione, la mia professionalità, con la mia attenzione e cuore che metto in questo lavoro. L’essere sua figlia mi ha agevolato nel senso che il teatro nella mia famiglia era pane quotidiano:  andavo tutti i giorni in teatro ed ad un certo punto non ho potuto fare a meno di desiderarlo e nel momento in cui  ho messo piede sul palcoscenico, ho capito che non avrei potuto più farne a meno.»



Lei è cresciuta respirando l’aria del teatro di Eduardo il “ San Ferdinando”. Cosa ha significato questo quando ha dovuto recitare  nella versione di “Napoli Milionaria” con Luca Defilippo per la regia di Rosi?      
  «Al “San Ferdinando” mi sento a casa ed amo Eduardo particolarmente. In “ Napoli Milionaria “ ho interpretato Maria Rosaria ed è stato bello anche  perché avevo un regista straordinario come Francesco Rosi che l’ha inventata insieme a me. Ricordo molto bene come Rosi mi ha guidato alla conoscenza del personaggio e di quel mondo. Ho avuto la possibilità di vedere la mia amata Napoli in un’altra epoca e l’ho scoperta insieme a Rosi. Quest’ultimo  un uomo generoso, coltissimo, a cui piace molto raccontare e donare i sui ricordi, la sua storia  e i suoi  aneddoti. Ogni momento in quelle  prove è stato veramente importante.»
Oltre a “ Chiove” con quale opera la vedremo prossimamente sui palcoscenici?
«Io continuerò a fare “ Chiove” per un paio di mesi. Successivamente a fine gennaio inizio le prove con Toni Servillo con “ Le voci di dentro”, in cui lui è regista e protagonista.  Non vedo l’ora. Ho già l’acquolina in bocca. Aspetto questo  nuovo incontro con Servillo e contemporaneamente con Defilippo, davvero sento già  il profumino.»
Cosa è la Bellezza?
 «La Bellezza è un qualcosa da cercare, scoprire, onorare e prendersi cura, da non dimenticare e di cui nutrirsi.»